Franco Bellino : ricordi.

Cose che voi giovani non potete immaginarvi.

C’era una volta.
C’eravamo una volta noi.
Noi che … che  vi siete persi !
Che tempi quelli lì !

 

Ho deciso di scrivere per fregare l’Alzheimer.
Quando arriverà, la carogna mi ruberà tutti i ricordi.
Ma se io li scrivo oggi i mei ricordi, allora forse qualcuno me li leggerà,
e forse qualche mio ricordo riuscirò a ricordarlo
e a riviverlo e ad emozionarmi ancora una volta.

I ricordi qui di seguito non sono assolutamente in ordine cronologico perché la memoria non funziona così. I ricordi sono annotati come via via si presentano alla memoria. In totale liberissimo joyciano flusso di coscienza e di incoscienza (vulgo (stream of consciousness).

 

Se a qualcuno non piacciono questi salti avanti e indietro nel tempo, possiamo farglieli piacere chiamandoli, come si fa nel Cinema, ‘flash-back and flash-forward’. Così, certo, è tutta un’altra storia.
E se poi nemmeno così cinematografici gli piacciono questi miei salti avanti e indietro nel tempo, può tranquillamente saltare queste pagine. I will survive. Spero.

 

1

Noi che si usava il telefono per telefonare. Punto.
L’ora ce la diceva l’orologio.
La sveglia era sul comodino.
La calcolatrice sul tavolo.
La foto-tessera (oggi, selfie) si andava dal fotografo, con il vestito buono,
a farsela fare. Poi nella cabina del metrò, dove c’era il metrò.
Sennò in Stazione.

 

2

La macchina fotografica aveva la pellicola, che poi portavi a sviluppare, andavi a vedere i provini, meglio con una lente di ingrandimento e decidevi quali foto stampare, in bianco-e-nero, ma anche a colori.
Mettevi il flash, un cubetto di vetro, sulla macchina fotografica.
Ogni foto, un cubetto.

 

3

Raccoglievi le fotografie in scatole di cartone (di solito quelle delle scarpe), ma i più raffinati spesso e le mamme sempre, infilavano le fotografie di famiglia e delle vacanze in pesantissimi album rilegati in cuoio. Su ogni pagina di cartone, spesso protetta da una velina marmorizzata, trovavi quattro angolini di carta, previsti per infilarci gli angoli della foto.

 

4

Per mettere a posto l’orologio, che aveva allora tutto il diritto di ‘andare avanti o indietro’ dovevi aspettare un segnale orario, alla radio.
Anni dopo, la TV che trasmetteva solo tardo pomeriggio e sera,
durante il giorno ti mandava in onda un monoscopio in bianco-e-nero
dove c’era anche l’ora esatta.

 

5

L’orologio da tasca, che pure ti sarebbe piaciuto, soprattutto quello delle Ferrovie Sovietiche, non te lo potevi permettere: primo perché il nonno era ancora vivo e mai si sarebbe sognato di privarsene per darlo e te; secondo perché il gilet tu non l’avevi e in che tasca lo mettevi ? Alcuni lo misero nella tasca dei pantaloni con la catena che si agganciava al passante della cintura dei calzoni, ma l’effetto era davvero misero.

 

6

Avevi sempre con te qualche gettone telefonico perché c’erano ancora
le cabine. Poi arrivarono le tessere. Molti le collezionano ancora oggi.
Alcuni ci fanno soldi.
7

Le previsioni del tempo le facevi tu guardando fuori dalla finestra o chiedendo dei reumatismi al nonno. Alcuni leggevano le previsioni meteo sul quotidiano, altri le ascoltavano alla Radio. Il Colonnello Bernacca non era ancora nato.

 

8

……….

 

9

I ragazzi portavano i capelli “all’Umberta”, cioè “ a spazzola”. Come i marines dei film americani.

Le ragazze i capelli cotonati, solidificati dalla lacca. Assolutamente vietato accarezzarle i capelli !

I ragazzi si facevano col pettine un’onda proprio sul davanti che poi solidificavano con il fissatore.

Assolutamente vietato scompigliarli anche nell’empito della passione.

 

10

Nella tasca posteriore dei jeans c’era sempre un pettinino.
L’aveva anche Elvis.

 

11

A casa alcuni avevano il proiettore per film da 8 o 16 millimetri. Se funzionava, il rumore era altissimo. Poco male : i filmetti non avevano colonna sonora.

 

 

12

Il castagnaccio alla Proust.

Noi che il castagnaccio non è un dolce qualsiasi.

Il castagnaccio è una miniera di ricordi, sensazioni, emozioni : i primi freddi dell’autunno … la campanella della ricreazione che suona in classe a metà mattinata … la corsa dal panettiere con i soldi contati per non perdere tempo … la rincorsa ancora più veloce per rientrare a scuola prima che il bidello chiudesse il portone (non l’avrebbe mai fatto!) … il profumo della fetta
ancora tiepida da assaporare in un angolo del corridoio, nascosto dai vestiti appesi all’attaccapanni, o anche in classe nell’ultimo banco sperando
che la Prof non ti interrogasse proprio in quel momento e soprattutto  … l’incanto della prima volta che lei accettò che fossi tu a pagarlo per lei …
Quella volta nessuno dei due è poi rientrato in classe.

 

13

Noi che, noi no, ma c’erano altri che andavano al cinema a ogni orario. Si entrava in sala e si vedeva il film al punto in cui era, magari a metà, magari poco prima della fine: come capitava.

 

14

Per trovarti il posto durante la proiezione c’era la ‘maschera’ che con una torcia puntata verso terra ti accompagnava dove c’erano dei posti liberi. Se necessario una decina di spettatori si alzavano, senza bestemmiare, per farti prendere posto.

Poi alla fine si aspettava che ricominciasse il film fino al punto in cui eravamo entrati. Non so come facessimo, ma il film lo si capiva lo stesso. Forse.

 

15

Nei cinema al mare durante l’intervallo tra il primo e il secondo tempo passavano i venditori di noccioline, spagnolette e brustulli (per alcuni, ‘brustolini’, semi di  zucca seccati, tostati e salati che andavano sbucciati infilandoli verticali tra i denti davanti).

 

16

Il primo bacio veniva molto, ma molto dopo il primo incontro.
Era già un primo segno di successo se camminando, con un pretesto,
o al cinema, quando si spegnevano le luci, tu le prendevi la mano
e lei non la toglieva.

Se ti lasciava la mano era fatto: da lì in qualche giorno, a volte settimane, arrivavi inevitabilmente al primo bacio.

 

17

La ragazza la portavi al cinema, posti in fondo. Mai provato al Carcano in pè, ma Jannacci sì.
Gli auto-dotati andavano la domenica in camporella. I più previdenti facevano un sopralluogo il giorno prima e avevano un plaid, nascosto nel bagagliaio della 500. Se non avevi l’auto, niente plaid e spesso nemmeno ragazza.

 

18

L’auto in compenso aveva i sedili reclinabili. Quelli anteriori.
Però sul divanetto di dietro non c’era la leva del cambio a intromettersi.

 

19

Noi che per imparare bene l’inglese ascoltavamo a ripetizione per ore ogni brano dei Beatles, poi di Bob Dylan e Joan Baez  e leggevamo in lingua originale i Peanuts, ma soprattutto Andy Capp.

 

20

Noi che quando servivamo – sia a pallavolo in spiaggia, sia a tennis al Circolo – quello che batteva il servizio, prima di servire urlava “Pallaaaaa !” per avvisare gli avversari.

Mi chiedo oggi perché ci fosse questa tacita ‘regola di gioco” o di fair play. Forse che nell’attesa del mio servizio sul campo di pallavolo in spiaggia i giocatori della squadra avversaria raccoglievano conchiglie in riva al mare ?
O il mio avversario sul campo da tennis era distratto perché tutto preso a ripulire con la suola della scarpa le righe bianche sporche di terra rossa ?

 

21

Noi che mettevamo le cartoline sui raggi della bicicletta.
Faceva un rumore di motore che nemmeno la Gilera o la Guzzi di Omobono Tenni. Si fissava con una molletta di legno da bucato una cartolina tra i raggi della ruota della bici così da produrre un assordante scoppiettìo, capace di spaventare i distratti pedoni come se fosse in arrivo un motorino senza marmitta.

Lo farei anche oggi. Se avessi una bici. E le mollette di legno ai pantaloni.

 

21 bis

Noi che prima di salire in bici fermavi i pantaloni con le mollette di legno per il bucato di mamma per evitare che finissero impigliati nella catena, sporca di lubrificante nero.

 

21 ter

Se avevi la fortuna di dare un passaggio in bici a una ragazza, inebriante sentire il profumo dei suoi capelli accanto al tuo viso, la facevi salire sulla canna della bici da uomo, senza mai sospettare che detta canna fosse un evidente simbolo sessuale, assente per l’appunto sulle bici da donna.
Indimenticabili le ultime righe di “Giorno di silenzio a Tangeri” di Tahar Ben Jelloun, 1989 :

“…. Passa una ragazza in bicicletta. Il vento le gonfia la gonna e gioca con i suoi capelli biondi.
Vedo le sue gambe. Sono magnifiche. Lei mi sorride. Mi fermo e sto ad aspettare.
Torna indietro, scende dalla bicicletta e viene verso di me. Non dico niente.
Ha un sorriso che mi intriga. Forse è soltanto un’immagine, un’apparizione che diffonde una grazia e una luce che mi incantano e mi stordiscono. Non è un sogno.
Sento la carezza del vento sulla faccia e odo un canto lontano.
Lei mi porge la bicicletta.
E’ nuova nuova. Ci salgo su cercando
di non perdere l’equilibrio. Non ho difficoltà
ad andare diritto.
Agilmente la ragazza si sistema tra la sella e il manubrio.

Appoggio la testa sulla sua spalla sinistra. Ho i suoi capelli sulla faccia
e pedaliamo in una prateria inondata di luce e di specchi”.

 

22

Noi che chi faceva la sgommata più lunga con la bici era
 considerato il più figo.

Noi che si faceva lo slalom andando in bici senza mani.

E si scendeva dalla bici da donna con un salto, senza toccare i freni.

 

23

Noi che avevamo il duplex. Il primo telefono in casa nostra – fisso naturalmente, nero, pesante e appeso a un muro – era in duplex. Significava che lo stesso telefono con due numeri diversi era in dotazione a due famiglie diverse. Forse si faceva per risparmiare (col  duplex si pagava non proprio metà, ma si risparmiava comunque il 34 %) e forse i primi tempi si faceva perché erano disponibili soltanto poche linee. Fatto sta che se una famiglia stava usando il duplex, l’altra famiglia non poteva né ricevere né fare telefonate. Nell’altra famiglia c’era sempre – sempre ! – qualcuno che stava ore al telefono. A volte si doveva andare a bussare alla porta di casa sua per pregarla/lo di terminare finalmente la sua telefonata.

 

24

Noi che per fare una telefonata “interurbana” non potevamo fare il numero direttamente, ma dovevamo chiamare il centralino e chiedere a lei (era quasi sempre una donna) di fare la chiamata per noi. L’unità di chiamata era di 180 secondi (tre minuti) e nel preciso momento in cui la chiacchierata arrivava a 160 secondi (quindi mancavano soltanto 20 secondi allo scadere dei tre minuti), la centralinista interrompeva per chiedere a chi aveva chiamato (e pagava) :“Raddoppia?”. Nel Novembre del 1955, con l’avvento della TV in Italia con questa domanda tormentone nacque “Lascia o raddoppia ?” programma a quiz che lanciò definitivamente Mike Buongiorno. In onda ogni giovedì sera dal 16 febbraio 1956 al 16 luglio 1959, data di sospensione del programma. Lo spostamento dal sabato al giovedì fu richiesto dai gestori dei locali pubblici che avevano visto il sabato sera assottigliarsi gli incassi, proprio per la serata considerata più lucrativa della settimana.

 

25

Noi che a chi non aveva il telefono in casa potevamo fissare un appuntamento telefonico al posto pubblico. E se avessimo voluto telefonare ad una persona che non era abbonata al telefono, di un’altra città o paese italiano? Dovevamo chiamare il posto pubblico più vicino alla residenza del chiamato. Il titolare del posto pubblico, tramite fattorino, convocava ad orario stabilito, la persona chiamata. In generale i ‘posti pubblici’ erano nei bar, perché non avevano la chiusura per il pranzo, comunque ognuno aveva un proprio orario, oltre o prima del quale, non era operativo.

Dovevi sempre specificare chiaramente “a carico di chi” sarebbe stata la telefonata. Se ricevevi una telefonata e il centralino ti diceva che era a tuo carico, potevi anche rifiutare di parlare per non dover pagare. Quando si era in viaggio all’estero i genitori erano ben felici di ricevere da noi figli una telefonata anche se era a carico del destinatario. “Sono ragazzi, sono in viaggio e non hanno soldi” … infatti soldi se ne vedevano pochi.

Noi che quando dovevamo chiamare la famiglia dall’estero – internazionale o addirittura intercontinentale – ed eravamo ovviamente senza una lira (dollaro, sterlina, franco, dracma o fiorino, rupie o yen) tentavamo la chiamata “a carico del destinatario”. La mamma quasi sempre accettava la telefonata a carico suo, il papà non è detto, la ragazza sempre.

 

26

Noi che “se ti faccio fare un giro con la mia bici nuova non devi cambiare le 
marce”. Mitico : mai avuto bici col cambio. Se me la prestavano per “fare un giro” e provavo a cambiare, mi cadeva la catena.

 

27

Noi che giocavamo a “Teghelè”, vulgo ‘Dàrsela”. A “Mosca cieca”. A “Palla avvelenata”. A “Ruba-bandiera”. Fatti tutti. Ero anche piuttosto bravo.

 

28

Noi che in spiaggia si faceva circolo con gli zoccoli, cantando
“Ciapa il tram balurda.. ciapàl ti che mi son surda .. tric-e-trac làssel andà…”. E per fare la conta, snocciolavamo :

«Ambarabà ciccì coccò tre civette sul comò
che facevano l’amore con la figlia del dottore.
Ma la mamma le chiamò… ambarabà ciccì coccò».

Ci voleva una fantasia malata per immaginarsi tre civette amoreggiare con la figlia di un medico. Noi comunque non si diceva “Ambarabà”,
ma “Ammormò cicìcoccò””, e tu ?…

E se all’ultimo “Làssel-andà!” dimenticavi di passare lo zoccolo, ti toccava fare la penitenza. “Dire, dire, fare, baciare, lettera o testamento ?”. (vedi Ricordo 62)

Fatto.

 

29

Noi che si andava a piedi fino al porto-canale di Cervia per vedere chi aveva il coraggio di tuffarsi dal molo. Di testa ovviamente, tuffarsi in piedi era da signorine.

Fatto. Con molta fifa la prima volta, ma fatto.

 

30

Noi che il “Celo ..  celo .. manca ..” lo abbiamo inventato noi.

Noi che di figurine, vulgo “le figu”,  non ne avevamo mai abbastanza per incollarle sugli album, che oltretutto si pagavano ed erano tutti vuoti. Con le figurine ci si giocava a sottomuro, lanciandole tra indice e medio da lontano. Oppure lasciandole cadere dalla parete. Piegarle per farle cadere dritte era sleale, ma lo facevano tutti.

Quando però grazie all’Olandesina (ma soprattutto grazie a Calimero) iniziammo a raccogliere le figurine del Concorso Mira Lanza, allora anche le mamme cominciarono ad apprezzarci.

 

31

Noi che ci sentivamo ricchi se avevamo “Parco Della Vittoria e Viale Dei Giardini”. Voi, forse; io MAI ! Mai giocato a Monopoli : ho sempre detestato tutto ciò che aveva a che fare con i soldi.

 

32

Noi che mettevamo gli abiti del fratello maggiore. Essendo io primogenito, gli abiti erano quelli di papà. Il cappotto però per farlo durare di più si rivoltava anche.

 

33

Noi che passavamo ore a cercare i buchi sulle camere d’aria delle gomme della bici mettendole in
 una bacinella. Noi che ci sentivamo ingegneri quando riparavamo quei buchi col Tip-Top.
Mai usato il Tip-Top : faceva tutto il ”ciclista’ di via Garibaldi.

 

34

Il pallone era stringato, con una stringa di cuoio che si chiudeva con l’apposito stringatore, in inglese ‘soccer ball sewer’.

Se ti azzardavi a giocare di testa e prendevi la stringatura sulla fronte, erano dolori. Se era piovuto e il pallone era bagnato e magari coperto di fango, era ospedale.

 

35

Noi che il ‘Ciao’ si accendeva pedalando.

 

36

Noi che dalla bici siamo passati alla Giardinetta. Di legno, però. E senza retromarcia. Una volta in Piazza Scala ho tamponato lievissimamente un’auto di lusso.

Mentre io ero sceso dalla mia per spingerla a mano un po’ indietro, dall’auto di lusso è sceso un autista in livrea, ha visto la scena ed è subito risalito in macchina, dicendo al suo padrone “Meglio lasciar perdere !”.
Alla fine i vicini di casa chiamarono i Pompieri perché pensavano che la mia auto fosse un rottame abbandonato. Allora la vendetti per 40.000 lire.

 

 

37

Noi che suonavamo al campanello giù in strada per chiedere se c’era l’amico in casa.

Noi che suonavamo i campanelli. Punto. Poi si scappava via ridendo come cretini.
Gli amici però il papà non ci lasciava riceverli in casa : aprivi la porta di casa e poi passavi ore meravigliose con loro sul pianerottolo. Anni prima invece con gli amici si passavano ore ciascuno nel terrazzino delle rispettive case.

 

38

Noi che il giradischi di casa non lo si poteva toccare. Lo suonava soltanto il papà il sabato pomeriggio, quando aveva comperato un nuovo 78 giri.
Spesso erano le ‘Fantasie ritmiche’ e le ‘Variazioni’ del Maestro Semprini.

 

39

Noi che facevamo a gara a chi masticava più Big Babol contemporaneamente… finché uno rimase con la mascella scardinata.
No, non ero io.

 

40

Noi che avevamo coccolato cani randagi senza che ci attaccassero nessuna malattia mortale, anche se dopo averli accarezzati ci mettevamo le dita in bocca. Cani sempre, gatti mai.

 

41

Noi che quando starnutivi, nessuno chiamava l’ambulanza. Noi che abbiamo preso l’olio di fegato di merluzzo per molte mattina a fila e siamo sopravvissuti. Che la purga era l’olio di ricino o il sale inglese. E abbiamo imparato che – per evitare olio o sale – era meglio mentire annunciando un esito positivo della seduta quotidiana.

 

42

Noi che si giocava a calcio, a pallone, al fùtbol, al froebi  sia a scuola dai salesiani, sia nel pomeriggio all’oratorio e se capitava nei prati della prima periferia. In spiaggia d’estate.

Dopo la prima partita c’era la ‘rivincita’, e poi la ‘bella’, e poi ‘la bella della bella’…. e alla fine non ci si vedeva più da una porta all’altra. Altrimenti la partita – di calcio, non di basket – finiva con punteggi tipo “69 a 57”.

 

43

In trasferta dovunque in Italia, con un pallone sempre disponibile nel bagagliaio dell’auto.
A Torcello un pomeriggio in 4 (Cecco, Ugo, Giorgione e il sottoscritto) e senza il portiere abbiamo stracciato i ‘locali’ che giocavano in 6.. troppo facile per noi … loro erano tutti “veneziani” !
Ad Agia Galini, sud di Creta, nel 1969 ancora ricordavano l’incredibile vittoria della piccola improvvisata squadra di Agia Galini, che schierava tre italiani in campo e uno a letto.

Era il 1964 e Agia Galini andò a vincere in trasferta contro gli eterni rivali e ricchi professionisti di Rethymnon.
Tornai ad Agia Galini anni dopo e Giovanna scoprì che “l’Italiano Franco” era ancora famoso e amatissimo anche se nel ’64 non avevo nemmeno giocato, rimasto a letto con 40 di febbre.

 

44

Noi che se passavamo la palla al portiere coi piedi e lui la prendeva con le
 mani, non era fallo.
Noi che il “fuori gioco” non sapevamo nemmeno cosa fosse : era tutto buono.
Noi che se un avversario toccava il pallone con le mani, tu gridavi “Ens !”.

“Ens !” non era altro che il suono della parola inglese “Hands” (mani), ma nessuno di noi lo ha mai sospettato.  Noi che c’era sempre un giocatore che non ti passava mai la palla. Era il “Venezia”. Poteva anche essere bravino, ma nessuno lo voleva in squadra.
Però guai a dirgli “Fa no il Venezia !” se il “veneziano” era il padrone del pallone, inevitabilmente viziato e permaloso.  Capace che lui, offeso, metteva il pallone sotto il braccio e se ne andava imbronciato, piantandoci lì tutti in asso.

 

45

Noi che amavamo il Musichiere. Amavamo Mario Riva, ma ancor più amavamo le vallette Lorella De Luca, Alessandra Panaro, Carla Gravina (poi protagonista dei miei Caroselli “Brooklyn, la gomma del ponte”), Patrizia Della Rovere, Patrizia De Blanck, Marilù Tolo, Mimma Di Terlizzi (poi amica in General Film) e Brunella Tocci.

 

46

Noi che pur di stare con le ragazze e pur vergognandoci non solo di farlo, ma anche solo di ammetterlo, giocavamo a “Fiori, Frutta, Cantanti e Città”.
La città con la “D” era sempre
 “Domodossola”. “Desenzano” provocava discussioni. La città con la “Z” era sempre “Zara”, accettata benché croata in mancanza di alternative. A volte passava anche “Zagarolo” che non era città, ma faceva simpatia. Per chi avesse voglia oggi di fare ricerche, ovviamente allora ‘Google’ non esisteva.

 

46
(sì, lo so : il “46”c’è già, ma non posso adesso che me ne sono accorto
cambiare tutti i numeri da qui fino alla fine)

Noi che abbiamo imparato la tabellina del 3, giocando con le palline di vetro (le stesse che in spiaggia diventavano i corridori del ‘Giro d’Italia’) e un semplice buco nel terreno.
Dovevi colpire la pallina dell’altro, poi andare in buca e il punteggio era :
“Tre .. sei .. nove .. dodici .. quindici .. diciotto .. pancotto !”.
E se il pancotto lo facevi tu, la pallina dell’altro era tua.

 

47

Noi che lanciavamo il temperino contro la morbida corteccia dell’albero in cortile. Si lanciava di punta sottomano e, più difficile, con le rotazioni. Chi usava il famoso coltellino svizzero era avvantaggiato però a tutti noi antipatico. Oltre tutto con la lama troppo leggera rispetto al resto dell’attrezzo, lo “Svizzero”  Victorinox” raramente si piantava.

Nei film western invece, soprattutto se a lanciarlo era un pellerossa o un messicano, il lancio del coltello (“Bowie” of course) andava sempre bene e uccideva silenziosamente il nemico quando non si doveva proprio fare rumore.

 

48

Noi che le cassette se le mangiava il mangianastri e ci toccava riavvolgere il nastro con la penna.

 

49

Eroi a fumetti. Noi che litigavamo su chi fosse più forte tra Goldrake e Mazinga (Goldrake,
 ovvio..)

Noi che invece detestavamo i super-eroi e compravamo ‘Tex’ e ‘il Piccolo Sceriffo’ nel formato orizzontale, qualche volta anche ‘Mandrake’, sempre ‘L’Uomo mascherato’ (sognando di avere il suo cane lupo e il suo cavallo bianco, che adesso vorrei tanto ricordare come si chiamavano. Il cane lupo si chiama “Diavolo” e il cavallo bianco si chiama “Eroe”) e che detestammo da subito Pecos Bill, bello, alto, biondo con quella esotica mèche nera” e senza nemmeno le pistole. Ma si può ?

Meno male che già vivevo e sognavo con Tex Willer e con i suoi pards. E andando nell’esotico, ero Sandokan, con l’impassibile Yanez, il fido Tremal-Naik, ma soprattutto “Dharma” la fedelissima tigre.
Quanto ho tentato a Bologna di convincere l’amatissimo lupo nero Full a fare la tigre : non mi ha mai preso sul serio.

 

50

Noi che dopo aver visto minimo due volte ogni western, che arrivava in sala a Varese, uscivamo dal cinema tenendo le mani a ciondoloni, ben vicine alla fondine delle nostre Colt, pronti ad estrarre fulminei e a colpire implacabili.

 

51

Noi che abbiamo pianto – sì, abbiamo pianto – non solo con lo spericolato pilota “Fiaccanuvole” di Liala – ma soprattutto con la Tigre della Malesia e con il Corsaro Nero

Ecco uno dei più sorprendenti finali dell’intera Letteratura Italiana, l’ultima riga de “Il Corsaro nero” di Emilio Salgari, 1871 :

“Guarda lassù : il Corsaro Nero piange !…”

Ci vuole del coraggio per chiudere un romanzo di centinaia di pagine con un’ultima riga così.

 

52

Io che ancora oggi riguardo e ancora mi commuovo “La conquista del West” e mi sento sempre più congeniali la saggezza e il disincanto (e anche i reumatismi) dello zio Zeb Macahan.

 

53

Noi che la messa la servivamo. In latino. E l’abbiamo fatto anche in trasferta, a Lisieux, in Francia.

Noi che si andava volentieri a servir messa così si beveva il vino a canna, direttamente dalle ampolline. E se facevi la Comunione, dopo rimediavi caffelatte e veneziana. I Salesiani la chiamavano : “Agape fraterna”.

Se poi riuscivi a fregare tutti sul tempo e ti impadronivi del turibolo con l’incenso, ti esibivi, rischiando la scomunica e forse anche il rogo, in roteazioni con la catenella a lunghezza massima : tremavano persino quelli degli ultimi banchi in fondo alla navata.

 

54

Noi che ci emozionavamo per un bacio su una guancia. persino se il bacio lei (‘lei’ però, non una qualsiasi!) te lo dava solo perché in spiaggia aveva scelto la penitenza “baciare”.

Noi che già era un successo che molto prometteva per le prossime settimane, se lei – anche solo per attraversare insieme una strada trafficata – si lasciava prendere per mano. Se poi la mano te la lasciava nella romantica penombra della fila più alta di poltroncine in galleria al cinema, beh : allora ci stava !

 

55

Noi che non avevamo il cellulare per andare a parlare in
 privato sul terrazzo. Però ci si chiudeva nello sgabuzzino delle scope e degli stracci e avevi la tua privacy, anche se il filo del telefono fisso ti impediva di chiudere bene la porta.

 

56

 

57

Noi che i messaggini li scrivevamo su dei pezzetti di carta da passare al
 compagno per farlo arrivare fino a ‘lei’. Noi che il nostro messaggino così romantico il compagno di banco lo firmava lui e poi lo passava come fosse suo alla ragazzina con i boccoli biondi.

Fino ai 3-4 anni però i boccoli biondi li ho avuti anch’io.

 

58

Noi che si andava in cabina a telefonare.

Noi che si scriveva persino una lettera. Senza mai imbucarla però.

 

59

Noi che c’era la Polaroid e aspettavi che si vedesse la foto.

Noi che l’unica volta che abbiamo portato in viaggio una macchina fotografica era una Polaroid.
A nord di Sulawesi (Celebes) i nativi impazzivano di gioia quando gli regalavi lo foto di loro e della loro famiglia. Peccato non averne conservata nemmeno una, ma quanta felicità abbiamo donato.

 

60

Noi che prima di molti giochi si faceva la conta.

Per esempio prima di giocare a “Nascondino”, vulgo “A nascondersi” si faceva la conta per vedere chi era il primo a stare sotto. Tutti in cerchio, uno recitava la filastrocca, scandendo bene le sillabe e indicando o toccando via via tutti quelli in circolo. Di solito il giro era in senso orario, ma erano consentite diverse interpretazioni, anche saltando uno o più amici e quindi contando “per due” o “per tre”. Il giocatore indicato dall’ultima sillaba era il prescelto, più spesso il “condannato”.

 

Le nostre conte erano :

 

Ambarabà Ciccì Coccò

tre civette sul comò

che facevano l’amore

con la figlia del dottore.  

Il dottore si ammalò

Ambarabà Ciccì Coccò

 

Un.. due .. tre : la Peppina la fa il caffè.

La fa il caffè con la cioccolata,

la Peppina l’è mezza mata.

 

Crapa pelà l’ha fa’ i turtei

ghe ne da minga ai so fradei.

I so fradei han fa la fritada

ghe ne dan minga a crapa pelada.

 

An ghin gò

tre galline e tre cappò

per andare alla cappella

c’era una ragazza bella

che suonava le ventitre

uno due e tre.

 

C’era una volta un re, seduto sul bidet

che disse alla sua dama : “Raccontami una fiaba”.

La dama incominciò :

C’era una volta un re, seduto sul bidet

che disse alla sua dama : “Raccontami una fiaba”.

La dama incominciò :

(questa era forte perché chi faceva la conta poteva decidere lei/lui quando finirla per fare stare sotto proprio chi voleva lei/ lui).

 

Se qui non trovi la conta che facevi tu,

la trovi sicuramente qui :

https://www.filastrocche.it/nostalgici/conte.htm

 

61

Noi che nel presepe si faceva il laghetto con uno specchio, la neve con la farina, il muschio con il muschio (quello vero) e per la luce della cometa ci voleva il vicino di casa ingegnere che collegava i fili a una pila grande quanto un pacchetto di sigarette.

 

62

Noi che facevamo la penitenza. Qualunque gioco facessi, in cortile o in spiaggia,
se avevi perso ti toccava pagare pegno. E come pagavi pegno ? Facendo la penitenza.

Dovevi scegliere : dire ? fare ? baciare ? lettera ? testamento ?

Se potevi scegliere tu non era male; per i più sadici tu dovevi ad occhi chiusi toccare le dita
della mano di un compagno. Dopo qualche giorno avevi capito che il dito di mezzo corrispondeva sempre a ‘baciare’. Sarebbe anche stato piacevole,
non fosse che a scegliere CHI dovevi baciare non eri tu, ma loro !

 

Dire : ti obbligavano a dire qualcosa che mai nella vita tu avresti voluto dire. Peggio ancora :
ti mandavano a dire a qualcuno qualcosa che poteva offenderlo a morte. Andare ad invitare
una giunonica settantenne teutonica cosparsa di olio solare che tu volevi invitarla
la sera in balera poteva persino essere rischioso se la ‘fanciulla’ accettava.

 

Fare : bisognava fare qualche cosa su richiesta dei compagni (tipo suonare ai citofoni e scappare)

O fingere di rubare sotto l’ombrellone dei caciaroni il mangianastri col volume al massimo.

 

Baciare : questa era la penitenza più temuta o più desiderata : tutto dipendeva da CHI avrebbe deciso CHI dovevi andare a baciare. Se gli amici erano veramente amici, poteva essere l’occasione per arrivare ad un bacio che con le procedure normali ‘lei’ ti avrebbe concesso forse, e non è detto, soltanto dopo giorni e giorni. Invece come “penitenza” il bacio era autorizzato e accettato e si spera gradito, anche se non ci si era ancora presentati.

 

Lettera : Questa era la penitenza più stupida. Qualcuno ti scriveva con le dita sulla schiena delle parole che tu dovevi indovinare e la punteggiatura – virgola, punto, due punti, punto esclamativo – era pugni più o meno pesanti..

Penitenza stupida e noiosa e soprattutto non ne nasceva niente. Nel nostro giro l’abbiamo semplicemente eliminata.

 

Testamento : Chi pagava il pegno doveva voltare la schiena ai compagni che nel frattempo decidevano dieci penitenze fisiche : calci, pugni, sberle, ma anche baci, carezze… Uno di loro chiedeva: «Quanti ne vuoi di questi ?” e tu dovevi decidere un numero da 1 a 10 senza sapere cosa ti sarebbe arrivato. Anche questa non ci piaceva : eliminata.

 

63

Noi che pur di non andare a letto subito dopo “Carosello” guardavamo film dell’orrore,
tipo “Il mostro della Laguna Nera” anche se avevamo paura nera (altro che la laguna!)
e poi di notte ci faceva gli incubi.. Io ho paura anche adesso. E non li guardo.

 

64

Noi che giocavamo a calcio anche con una palla di carta di giornale. Veramente, in certi cessi, la carta da giornale la trovavi anche tagliata a quadretti ed infilata su un filo di ferro. E comunque, giornale o igienica crespata che ci fosse in bagno, la raccomandazione era : “Non usarne troppo fogli !”.

Sì, rispondo a sguardi di Lettori preoccupati: Sì, il bidet lo avevano già inventato.

 

65

Noi che nelle foto delle gite facevamo le corna a quello davanti a noi e eravamo sempre sorridenti…

.. ma quali gite ? Noi si andava in colonia. E nessuno aveva la macchina fotografica. Qualche volta la foto, in spiaggia, te la faceva il fotografo ambulante. Poi dovevi aspettare che venissero in genitori in visita per poterla ritirare, pagando.

 

66

Noi che di pomeriggio al mare il bagno si poteva fare solo dopo le 4. Comunque mai prima di 3 ore, anche se hai mangiato solo un bombolone, non se ne parla. Però che meraviglia lo sfilatino con la frittata che ti portava in spiaggia la mamma ! Mai mangiato niente di più buono appena usciti dall’acqua del pane e frittata e sabbia e acqua di mare che ti colava dai capelli.

 

67

Noi che a scuola andavamo con la cartella da 2 quintali.

Io no, voi ci andavate con la cartella pesante ! O con la pila di libri tenuti insieme dall’elastico col gancio di ferro, che se partiva qualcuno diventava cieco. Io ho capito 78 anni fa che non era necessario portarsi a scuola il libro tutto intero : bastava portarsi soltanto il capitolo che la Maestra prima e poi il Prof spiegava quel giorno. Oppure se proprio era pesante,
tipo il Dizionario di Latino e di Greco, il libro si lasciava a scuola nello stanzino del bidello.
E per i compiti a casa ? Il telefono era già stato inventato e molto meglio che avere il dizionario a portata di mano, era essere amici del primo della classe.

 

68

Noi che quando a scuola c’era l’ora di ginnastica partivamo da casa in tuta e scarpe adeguate.

Noi che ogni settimana una volta ginnastica la facevano le ragazze e la volta dopo la facevamo noi maschi perché la classe era mista, ma la palestra una sola. Anche l’insegnante di ginnastica era uno solo, ma questo evidentemente non creava problema ai benpensanti e alla Buon Costume.
Certo a lui, al Prof, non creava problema, anzi. Noi lo invidiavamo. In compenso alla Casa dello Studente per gli allenamenti del “CUS Milano”, a volte si giocava contro la squadra femminile. Era molto eccitane difendere ‘a uomo’ contro le ragazze.

 

69

Noi che a scuola ci andavamo da soli e tornavamo da soli…

Le chiacchiere con gli amici, gli scherzi alle ragazze, la pizza nell’ora di ricreazione, il castagnaccio d’inverno, il “Adesso ti accompagno io…” e un avanti indietro tra casa sua e casa mia fino a che era davvero troppo tardi per rincasare senza passare dei guai ….  In compenso le tiritere per far arrivare l’orario in cui la scuola sarebbe finita, se invece di andarci non avessimo vergognosamente bigiato.

Vulgo, fare filone, fare forca, fare fughino, fare fuoco, fare sega, marinare (la scuola), salare, segare, svicolare. Andare a scuola e tornare da scuola : era il momento più bello e più libero della giornata. Forse dell’intera vita.

 

70

Noi che, anzi : mio papà che ogni volta che usciva di casa, non per un viaggio, ma anche soltanto per andare in ufficio, dava un bacio sulla bocca a mia  mamma e poi due leggere affettuose pacche sul sedere. Era un gesto affettuoso, di complicità, di silenziosa intesa, immancabile negli anni.

Se mio papà lo facesse oggi, mia mamma per quelle due leggere affettuose pacche sul sedere potrebbe chiedere: la separazione con addebito per crudeltà mentale, ripetuta violenza sessuale, conclamato stalking alla presenza di minori, e otterrebbe facilmente i diritti successori, la totale proprietà della casa coniugale, l’assegno di mantenimento e l’affido esclusivo dei due figli.

Non me però. #MeToo ? #MeNoo !

71

Loro che se a scuola la maestra gli metteva una nota sul diario, a casa era il 
terrore…. noi che non facevamo una piega, tanto la firma del papà la sapevamo fare meglio di lui.

 

72

Noi che le ricerche le facevamo in biblioteca, mica su Google… io che le ricerche me le faceva a Varese, la zia Evelina, nubile e dolcissima e a Bologna la zia Anna, esperta di parole crociate.
Che però lei affrontava solo con la matita e la gomma. Debolezza e imperdonabile mancanza di autostima.
Però era la zia Anna che ti preparava le crescentine e le sfrappole più leggere dell’Universo. E la zia Evelina i panzarotti più libidinosi di sempre.

 

73

Noi che sappiamo ancora oggi a memoria la Nazionale, campioni del mondo :

Zoff Gentile Cabrini Oriali Collovati Scirea Conti Tardelli Rossi Antognoni Graziani

C.T. Bearzot…

ma anche :

Zoff, Bergomi, Cabrini, Gentile, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Oriali, Graziani
(Altobelli e quindi Causio).  C.T. Bearzot.

E se vuoi davvero commuoverti questa formazione :

“Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Castigliano, Rigamonti, Grezar,
Menti, Loik, Gabetto, Mazzola V., Ossola”.”

Mazzola V. sta per Valentino Mazzola.

“Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto ‘in trasferta’” scrisse Montanelli sul Corriere della Sera dopo la tragedia di Superga. Erano Valerio Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Emile Bongiorni,
Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti e Julius Schubert.

Poi ci sarà un altro Mazzola, come nel basket ci sarà un altro Ossola.
74

Noi che a 4 o 5 anni avevamo imparato che la sirena di notte (se la sentivamo) o la mamma che si precipitava in camera da pranzo (dove c’era la poltrona-letto) significavano : in piedi, cappotto sul pigiama, fiondarsi alle scale, saltare i gradini a due a due, precipitarsi in cantina,
che adesso si chiamava “rifugio” e stare stretti stretti, capaci magari di riprendere sonno.
Infatti a volte ci si risvegliava nel nostro lettino su in casa, ma non sapevamo come ci eravamo tornati.

 

75

Noi che a Calcio Balilla, vulgo ‘biliardino’ e ‘calcetto’ eravamo piuttosto forti.
Si rispettavano regole non scritte, ma indiscutibili.

La pallina si metteva in gioco con rigorosa imparzialità a centro campo, giusto a metà tra la due barre con i 5 giocatori. I tre dell’attacco assolutamente non si potevano far ruotare : roba da dilettanti, inaccettabile. Il fermo messo alla sbarra sul bordo del biliardino per far sì che anche le palline dei gol già segnati tornassero a rendersi disponibili, questo sì era accettato ed assai praticato.
Tra noi c’era quello bravissimo in difesa, che i gol li segnava anche col portiere. C’era quello bravissimo in attacco, che se la pallina lui/lei la fermava con i tre dell’attacco era persino inutile cercare di parare.
Si introdusse allora una nuova regola per ridare vivacità al gioco : si giocava solo “al volo”, proibito fare i “ganci”. E senza i ganci, quello era meno letale.

C’era chi giocava uno contro uno, alla ‘fasso tuto mì’ : e questo era anche più divertente però meno ‘scientifico’. Il gioco classico era due-contro-due. Chi vince continua a giocare, chi perde paga.

 

76

Noi che compravamo le uova sfuse, e la pizza alta un dito, con la carta del
 pane che si impregnava d’olio. Noi che compravamo i brustulli nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo al cinema,
ma rigorosamente in galleria.

 

77

Noi che se andavi a giocare giù in strada non era così pericoloso… Infatti la mamma ti diceva : “Attento che non passi una macchina !”.  E a volte non ne passava nemmeno una di macchina. Cantava Califano : … partitelle sofferte, sulle strade deserte tanto un auto passava ogni ora.

 

78

Noi che eravamo puntuali in tavola, perché apparecchiato accanto alle posate del babbo c’era sempre anche un minaccioso cucchiaio di legno, detta “la cucchiaia”. E non era lì con solo valore simbolico.

 

79

Noi che il primo Novembre era “Tutti i Santi“, mica Halloween,
mica le zucche con gli occhi e “Dolcetto o Scherzetto”

… e noi in Quaresima si faceva digiuno. Per davvero.

 

80

Noi che da Varese si andava a Bologna in Balilla sulla via Emilia,
attraversando il Po sul traballante ponte di barche.

Poi sull’altra riva del fiume, già in Emilia quindi, si cercava sulla destra una trattoria dove fossero parcheggiati almeno 4-5 camion. Perché sentenziava il papà al volante :  “I camionisti sanno dove si mangia bene”. In compenso quando, a fine giornata, si arrivava a Bologna, si poteva tranquillamente parcheggiare in via Rizzoli 9, proprio sotto le Due Torri.

 

81

Noi che per comperare il latte fresco, portavi in Latteria la bottiglia di vetro, vuota e lavata e pesante.  Che fosse davvero pesante lo testimonia una bozza che ho in testa da più di 75 anni, ricordo di una rissa di strada. Quella volta però la bottiglia di vetro del latte non l’avevo in mano io.

 

82

A scuola prima, e poi nel primo posto di lavoro (per me un’Agenzia Pubblicitaria a 17 anni), la mamma ti preparava la ‘schiscetta’
per la pausa-pranzo. Solitamente la schiscetta, con la barra metallica
di fermo a pressione. Quando la aprivi ti invadeva, prima ancora di vederla,
il profumo della frittata che la mamma ci aveva messo ancora tiepida.
La pasta al forno e la parmigiana di melanzane suscitavano minore entusiasmo. Era sempre tutto buonissimo però.

 

83

Noi che in strada telefonavi dalle cabine solo se avevi un’adeguata scorta di gettoni telefonici.

Noi che passando vicino ad un telefono pubblico non mancavamo mai di controllare mostrando indifferenza se nell’apposito incavo fosse per caso rimasto dimenticato qualche gettone.

Stavi ben attento a non far scendere il gettone se prima dall’altra parte non avevano risposto proprio chi volevi tu. I suoi : sorelle, fratelli, genitori : no party

Poi negli Stati Uniti hai imparato a collezionare i diecini (locally ‘dimes)’, per dire a casa in Italia che stavi ‘tutto OK’. E giù subito la cornetta per non ridursi sul lastrico, sia pure statunitense.

 

84

Noi che ci vergognavamo a morte a chiedere in Farmacia il preservativo. Si cercava di superare l’imbarazzo balbettando “Hatù” e inevitabilmente il farmacista, o peggio ancora la farmacista, non capiva. Amazon ancora non l’avevano inventata e non avevo fratelli maggiori da incaricare dell’acquisto.

 

85

Noi che partendo per l’estero mai si dimenticava la scorta di grandi adesivi con il tricolore e la scritta “Italia”. In Asia e in America Latina (mai però in Nord-America) l’adesivo ben visibile sul fronte e sul retro della VW presa a noleggio ti qualificava come Italiano, ti evitava gli insulti degli altri automobilisti per la tua incapacità, e a volte ti risparmiava persino le multe per eccesso di velocità della locale Polizia Stradale. Il commento benevolo era : “Eh, questi Italiani. Correre come Ferrari !”.

 

86

Noi che stavamo attentissimi alle Dogane di tutto il mondo a farci timbrare il passaporto. Un libretto con le pagine ricoperte dai timbri più strani e più esotici era un oggetto da esibire con orgoglio un volta rientrati in patria. Al momento di fare un passaporto nuovo, mai restituivi il vecchio. Dicevi piuttosto di averlo perso per poter conservare le pagine così faticosamente ‘viaggiate e timbrate’. Purtroppo quei passaporti adesso li ho persi.
Persi, però, non restituiti !

 

87

Noi che si poteva fare anche brevi tragitti in piedi sul predellino delle auto. Predellino che decenni dopo (alle 18 del 18 Novembre 2007)
in Piazza san Babila segnò l’entrata in politica del Cavaliere.

 

88

Al Cinema Impero a Varese vedevo degli spettatori che per vedere il film si mettevano nelle prime file, anche se la sala era vuota. Pensavo : ma da lì il film si vede male. Io, bambino, non sapevo che allora in certi giorni usava il doppio spettacolo : il film e subito dopo la rivista, il “varietà”. Dalle prime file i signori sicuramente il film lo vedevano male, ma poi dalle prime file avevano una vista davvero soddisfacente sulle ballerine seminude che facevano la passerella … Quello ‘spetttacolo’ giustificava la scelta di vedere spampanato tutto un film.

 

89

C’erano ancora i casini, ma c’era ancora anche l’idea che la prima volta che facevi l’amore non volevi certo farlo per denaro. Volevi farlo per amore e siccome per amore non si faceva l’amore, arrivavi ad un età avanzata senza aver fatto l’amore, né per amore né per denaro. Quando poi avevo sia gli anni sia i soldi, i casini li chiusero e così il problema si risolse da solo : per fare l’amore la prima volta bisognava soltanto aspettare. Aspetta e spera.

 

90

Noi, anzi io, che piuttosto che giocare con le banconote fasulle del “Monopoli” e con  le aste metalliche tutte bucherellate del “Meccano” – due delle invenzioni responsabili della diffusione della delinquenza minorile e della dipendenza da droghe – avremmo piuttosto ingoiato sorridendo e leccandoci i baffi tre, ma anche quattro cucchiai da cucina del disgustoso olio di fegato di merluzzo che ci veniva propinato, come irrinunciabile ricostituente, all’alba ogni primavera.

 

91

Attenzione ! Astenersi dalla lettura Benpensanti e Anime Candide. Passare direttamente al Ricordo 92.
Noi che dicevamo di aver letto nei gabinetti dell’Oratorio questo avviso :
“IL TERZO SCROLLONE E’ CONSIDERATO SEGA”.

Non era vero, ma ci faceva ridere.

Ci fu anche però chi si accusò di questa colpa in confessione. Lo raccontò il Confessore. Il rubicondo Don Bandiera sarebbe stato tenuto dal “sigillo sacramentale” (vulgo, segreto assoluto) al silenzio ma, pur omettendo il nome del penitente, si divertiva troppo anche lui.

 

92

E’ il 1956. Non ho ancora 18 anni, però ho già un lavoro fisso.

Sono Junior Copywriter nella più grande Agenzia di Pubblicità Italiana, la CPV. In più frequento l’università – la Statale, prima Lettere Moderne poi Filosofia – e anche una scuola serale.

In CPV i maestri sono Giancarlo Livraghi e Mario Belli; i copy senior Lucia Mosca, Marina Polgar e Gustavo Veltroni. Appena arrivati insieme a me : Sergio Donati da Roma, primo italiano a firmare un giallo nella ‘gialla’ collana Mondadori, e da Firenze Michele Spinazzola e Raffaele Monti.

Raffaele “Lele” Monti è un professore universitario livornese, che per guadagnarsi da vivere è ‘salito’ a Milano e fa il “redattore”, in pratica corregge le bozze dei colleghi più anziani. E’ un lavoro che gli piace molto, soprattutto perché lo fa con una segretaria davvero carina e dalla voce sensuale. Lei gli legge il testo originale, Lele dovrebbe trovare gli errori nel testo composto.

In realtà Lele è già uno dei più grandi e geniali studiosi d’arte. Allievo prediletto di Ragghianti, autore tra poco di monografie ancora oggi imprescindibili su Andrea del Sarto, Fattori e i Macchiaioli, i bozzetti e i disegni di Eisenstein, la sua riscoperta di Mario Cavaglieri.

Appassionato di lirica, capace di sorbirsi ogni anno tutti gli spettacoli, prime e repliche, di Bayreuth.
Un viaggio in auto con lui e con il pittore Sergio Scatizzi ti offriva l’impagabile occasione di ascoltare ‘Tosca’ o ‘Boheme’ cantata da loro due in tutti i ruoli, non solo le arie, ma anche i recitativi.

Monti consiglierà a Fellini l’amico pittore Fallani, Fellini  adorerà Lele e Lele dedicherà a Fellini degli studi su questa idea geniale : il set cinematografico può essere e con Fellini sempre è un’opera d’arte”: prima ancora del girato e del montato, il set è una stupenda e completa opera d’arte.

“L’officina del Casanova di Federico Fellini” (1978) e
“Saggi e documenti sopra “il Casanova” di Federico Fellini” (1978) :
due saggi a tutt’oggi insuperati, anche se a tutt’oggi ignorati dai cosiddetti esperti e docenti di Cinema.

 

Con “Lele” – fuori orario di lavoro – si va per mostre e gallerie d’arte.
Da Bergamini, in via Visconti di Modrone, scopriamo quattro stupendi disegni di De Pisis.

Per tutti e quattro chiedono 100.000 lire, ma noi non le 100.000 non le abbiamo.

Però mentre il Monti deve pagarsi vitto e alloggio a Milano, io che non ho ancora compiuto i 18 anni non sono stato ancora invitato da mio padre (vedi qui ricordo 154) a dare il mio contributo economico per rimanere a vivere in famiglia. Non ho spese e dispongo quindi interamente del mio primo stipendio : 100.00 lire, nette.

Facciamo il colpo : con il mio intero stipendio di allora, ancora contenuto nella busta-paga con incollato sopra lo statino, andiamo da Bergamini, comperiamo i 4 disegni. Senza chiedere sconti, ovviamente : non sarebbe elegante.

Scegliamo i due più belli e il Monti si incarica di vendere per 100.000 lire gli altri due disegni.
Ci riuscirà. Abbiamo perciò, gratis, due straordinari disegni di De Pisis sicuramente ‘buoni’, firmati e datati e di un periodo felicissimo per l’artista.

Un disegno (matita e carboncino, cm.37,5×30) è il ritratto del viso di un giovane, di fronte e di profilo. E’ firmato “Pisis” e datato “25.1.1927” : in quei giorni De Pisis è a Parigi.

Questo doppio ritratto è praticamente un unicum nella sterminata produzione grafica di De Pisis.

doppio-ritratto-1

L’altro disegno (matita, cm. 32,5×24), è firmato “De Pisis 32” e titolato “Ragazzo di Piacenza”.
E’ un giovane nudo disteso : ha uno slancio e una forza che avrebbero fatto invidia al Tintoretto (non a caso e non soltanto per la geniale libertà della sua mano, De Pisis era perfidamente soprannominato “il Tintorotto”).

nudo-1

Tra le centinaia di “nudini” questo è di gran lunga il più potente e dinamico : esce dal foglio !

 

Credo che entrambi i disegni, che Claudia Gian Ferrari fu felice di esporre nella sua raffinata Galleria, siano pubblicati nel catalogo generale di Briganti, Electa 1991, forse nel primo dei due volumi che è dedicato agli anni 1908-1938.

 

I due disegni sono ancora con me a Venezia, anche se non sono più miei.

 

93

…………………

 

94

Noi che in casa i quotidiani erano il Corriere della Sera e a Varese anche “La Prealpina” per la cronaca locale. Sulla “Prealpina” non c’era dibattito in famiglia, ma il Corriere della Sera il papà pretendeva di leggerlo per primo : doveva essere intatto, vergine, come arrivava dall’edicola. Anche quando ormai il papà lavorava a Milano e noi si era rimasti a Varese, il Corriere della Sera rimaneva intangibile ai piedi del letto, lato papà. Era perentoriamente proibito azzardarsi ad aprirlo e sfogliarlo prima che lo avesse aperto e sfogliato e rinchiuso lui.

 

95

Noi che abbiamo visto i fogli dei quotidiani tagliati a quadretti e infilzati su un filo di ferro sporgente dal muro accanto alla tazza del WC. Questo mai in casa nostra, ma sempre a scuola, in viaggio e persino in Cinema e Teatri e allo Stadio.

 

96

Noi che abbiamo lasciato la cornetta del telefono appoggiata sul letto dei genitori (il telefono era lì, in camera loro) per 20-30 minuti e siamo tornati in camera nostra a studiare, mentre al telefono lei continuava a parlarci. Bastava ogni tanto – sotto lo sguardo perplesso, ma non critico del papà che sull’altro lato del letto stava leggendo il Corriere della Sera – riprendere in mano il telefono, dire :
“ Eh sì … sì ….” e poi tornare di là a fare altro. Solo dopo molti anni di matrimonio mio padre le rivelò la verità. Temo di stare ancora pagandone le conseguenze.

 

97

Noi che abbiamo visto i soldati americani dai camion e prima ancora dai carri armati gettarci barrette di cioccolata, pacchetti di sigarette e, a Varese, anche banane.

Pochi anni dopo a portarci tavolette di cioccolata e banane arrivarono in Piazza, parcheggiando davanti a Nisca, verso il mezzogiorno del sabato, i “Postali” svizzeri, degli autobus bianchi e gialli. Scendevano frotte di donne bionde e grassocce che venivano a Varese per lo shopping, non saprei di cosa, visto che non esisteva ancora il pret-à-porter. Forse soltanto per i prezzi più bassi che a Lugano.

 

98

Noi che ci si occupava di politica qualche settimana ogni 4 anni quando montavano in piazza Monte Grappa, proprio sotto le nostre finestre, dei palchi di legno e degli altoparlanti (“Uno.. due.. tre.. prova ! Prova !”).
In sere diverse venivano a parlare sul palco i leader carismatici e i candidati locali sconosciutissimi dei vari Partiti : Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Socialista, Liberali, Repubblicani…
Gli oratori, forse poco fidandosi di microfoni e altoparlanti, parlavano con voce stentorea (memori del Duce) per circa 30-40 minuti, prima suonavano inni vari, dopo tutti applaudivano.
Certe sere il ”Comizio” faceva tenerezza perché c’erano più persone sul palco a parlare che non in piazza ad ascoltarle. C’erano le elezioni, si leggevano i risultati, poi si tornava ad occuparsi di politica 4 anni dopo.

 

99
Noi che – molti anni più tardi – amavamo sia Fortebraccio sia Ricciardetto.

La mattina si comperava “L’Unità” per leggere in prima pagina il corsivo caustico e irriverente di Mario Melloni (1902-1989).
Mitico il suo :  “Si apri la porta e non entrò nessuno. Era Bettino”.

E “L’avvocato Basetta preferisce farsi chiamare con lo pseudonimo di Gianni Agnelli”.

Poi si leggeva su “Epoca” Augusto Guerriero (1893-1981) che si firmava “Ricciardetto” e scriveva con chirurgico rigore di politica (“Il nostro popolo ha intelligenza, esperienza, genialità in tante cose, ma in politica è rimasto un bambino”) e con tragica disperazione di fede : [“Si crede o non si crede, e si può credere per varie ragioni, di cui la migliore è che non ci sia alcuna ragione : “la razòn de la sin razòn” . Ma certo non per scommessa. Non per calcolo o per convenienza. Meglio, infinitamente meglio non credere affatto.”

 

100

Noi che la nostra moviola la vedevamo soltanto il lunedì mattina. Era l’azione del gol disegnata da Cesare Righi, con i calciatori che si passavano il pallone su una linea tratteggiata finché l’ultimo segnava il gol con il portiere che si tuffava invano. Il VAR (Video Assistant Referee) esisteva solo
nella parole crociate, come risposta di 3 lettere alla definizione o “Unità di misura in elettrotecnica” oppure “Dipartimento nella Francia del Sud”.

 

101

Noi che al volante di rombante Abarth 850 TC andavamo a prendere la ragazza affrontando le curve, senza sfiorare il pedale del freno, ma soltanto scalando le marce con doppietta e punta-e-tacco.
Così la futura suocera, quando io ero ancora lontano qualche km da via General Govone, diceva alla figlia : “Guarda che lui sta arrivando !”

La potentissima “Abarth 850 TC” (Turismo Competizione) con gomme a bassa pressione che bastava un francobollo steso sull’asfalto per bucarti il radiatore supplementare rasoterra, freni a disco e cruscotto ‘son et lumière’, volante in legno e marmitta tonitruante mi era arrivata per caso. Mai avrei pensato di comperare quel mini-bolide che in salita poteva far vergognare  le Alfa e le Lancia infinitamente più potenti.

L’Abarth nemmeno la comprai : mi avevano ‘dimissionato’ dal mio primo impiego e me la propose Mario Fattori, il mio secondo datore di lavoro, invece che lo stipendio. Assunto a 19 anni a tempo indeterminato, come creativo e sceneggiatore dalla più importante Casa di produzione Cinematografica, invece di pagare il bolide, per qualche mese non avrei ritirato lo stipendio, di cui peraltro nemmeno conoscevo l’entità. Potevo rifiutare ?

Mario Fattori però era un vero signore : non mi pagava lo stipendio, ma ogni mese mi chiedeva l’elenco dei film che avevo scritto e avvisava l’Amministrazione – Mirella Castello – che meritavo un regalo.

 

 

102

Noi che con una cassetta di legno regalata dal fruttivendolo o prelevata nel pomeriggio al mercato tra i rifiuti e con 4 cuscinetti a sfere (mai saputo perché si chiamavano così : non erano affatto dei piccoli cuscini, erano ruote metalliche belle solide con tanti pallini in tondo) si costruiva un bolide : un ‘kart’ senza motore, senza freni e senza volante.

Adesso li vendono in Rete già fatti.

Trascinato il bolide con una corda su in cima a via San Francesco, si partiva dall’Oratorio di don Sandro e si precipitava giù in fondo sferragliando. Se avevi preso una buona velocità, e se riuscivi a fare una curva a 90° in via Bernascone arrivavi fin quasi in Piazza Monte Grappa.
Sempre che proprio in quel momento però da sinistra non arrivasse un’auto. In quel caso sarebbe poco dopo arrivata un’ambulanza. Mai successo, però.

 

103

Noi che la macchina da scrivere era un oggetto pesante e importante,  assolutamente da non appoggiare sulle ginocchia o scriverci in treno.
Era inevitabilmente nera, seria e professionale.

C’erano i tasti rotondi in rilievo, con un meccanismo con un meccanismo a catapulta che portava il tasto a picchiare implacabile su un nastro proprio al centro di una sezione predisposta.

La usavi in ufficio, mica a casa. E non era per niente ‘portatile’.
Il foglio bianco doveva entrare sul retro di un rullo di gomma nera, facevi a mano mezzo giro e la cima del foglio ti appariva davanti.
Se il margine alto del foglio non era bello orizzontale, operazione da ripetere : tira fuori il foglio … infilalo di nuovo nel rullo .. vediamo come viene stavolta.

Non sono sicuro, ma mi pare di ricordare che quando battendo a macchina stavi per finire una riga, un campanellino ti avvisava che era il momento di andare a capo.

Per andare a capo si dava un colpo con la mano sinistra a una leva che sporgeva in alto fuori dal corpo della macchina. Il nastro girava tra due bobine orizzontali da sinistra a destra, nastro milanista, nero sopra e rosso sotto.

nastro-rossonero

Quando il nastro arrivava in fondo invertire le bobine per portare a sinistra la bobina che si era riempita era operazione complicata e dovevi inserire il nastro in un doppio pettinino a centro macchina proprio dove battevano i tasti.

Il nastro colore costava parecchio, perciò se ne faceva un uso limitato!
A volte i buchini delle lettere con un occhio -  a b d e o p q – si riempivano di inchiostro e tu dovevi con la punta di uno spillo scavare l’inchiostro accumulato nell’occhio di quel carattere.

Noi che battevamo a macchina un fascicolo di fogli bianchi intervallati tra uno e l’altro da altrettanti fogli di carta carbone.
E noi che quando sbagliavi una parola, dovevi tirare fuori il fascicolo, sfogliarlo e cancellare dove c’era l’errore con la gomma speciale rossa e blu parola per parola e foglio per foglio, sperando di non spandere l’inchiostro fresco e sporcare tutt’intorno …
e poi dovevi re-infilare tutto il malloppo nel rullo e sperare che la prossima battitura con la correzione andasse a finire proprio nel posto giusto.

Noi che quando inventarono il ‘Correttore Fluido’, vulgo “ sbianchetto” da cui il verbo ‘sbianchettare’, che ci liberava dalla gomma, dura e sporcosa e legata con uno spago ai piedini della macchina da scrivere per averla sempre a portata di mano, ci sembrò di aver ricevuto un dono dal cielo.
Lo sbianchetto era un pennellino con cui, attentissimo a non sbavare, spandevi un liquido denso e bianco proprio sopra la lettera sbagliata. Poi dovevi aspettare che lo sbianchetto asciugasse e quando era abbastanza solido re-infilavi il foglio, o la pila di fogli che avevi dovuto sbianchettare tutti uno per uno, dentro il rullo.
Se eri bravo e avevi fortuna la lettera giusta che andavi a battere andava a stamparsi esattamente al centro della macchia bianca del bianchetto. E se proprio, bravura a parte, avevi una fortuna sfacciata, la lettera giusta andava a stamparsi al posto giusto non soltanto sul primo foglio (l’originale), ma persino su tutti i fogli (le copie) divisi dalla carta carbone.
A memoria d’uomo questa improbabile e fortunatissima coincidenza non successe mai.

I modelli di macchina da scrivere in voga prima della metà degli anni ‘80 hanno fatto la storia.
E’ celebre la famosa “Lettera 22”, prodotta nel 1950 e utilizzata dai giornalisti del periodo. Indro Montanelli non si separava mai dalla sua : ce l’ha appoggiata sulle ginocchia persino nel monumento ai Giardini Pubblici di Milano.

Finito di scrivere, si spostava con vari colpi successivi la barra dello spazio a mano fino a quando tutto il foglio usciva dal rullo.

Non si usava la macchina da scrivere molto spesso, ma solo quando servivano documenti ben leggibili.

Poco a poco, i modelli di macchina da scrivere classici vennero sostituiti da quelli elettronici, da attaccare alla corrente, con tasti piatti e ordinati e silenziosi, lo sbianchetto diventò una strisciolina di carta che inserivi da sopra il foglio, senza doverlo estrarre dal rullo.

Questi modelli erano compatti e richiudibili per essere trasportati meglio. Io ebbi la mia macchina da scrivere elettronica nel 1996: era facile da usare, intelligente e pratica.

E poi tutti iniziammo a scrivere solo al pc. E le care macchine da scrivere si avviarono verso la pensione. Ma è impossibile dimenticare il loro fascino, il rumore delle dita che battevano sui tasti, il ritmo di quando la battitura fluiva veloce e musicale. Così musicale, così vera musica per le orecchie e per il cuore, che un compositore Leroy Anderson ha scritto “The typewriter” : la macchina da scrivere.

Ascoltala nella versione orchestrale, davvero esilarante :

https://www.youtube.com/watch?v=G4nX0Xrn-wo

con organico sinfonico e autentica antica macchina da scrivere.

E ascoltala e guardala anche nell’intepretazione del dattilografo Jerry Lewis, che non ha nemmeno la macchina da scrivere,
ma è assolutamente convincente :

https://www.youtube.com/watch?v=0Ovs7Y5uMxk

 

Quelle “t” con mezza stanghetta o quelle “p” senza parte della pancia, a seconda della conformazione dei tasti, diversi in ogni diversa macchina e spesso anche diversi tra di loro nella stessa macchina. … gli sbafi della carta carbone, il foglio storto, il nastro che finiva a metà di una parola… sono tutte memorie cui bene o male siamo legati, noi che abbiamo vissuto gli anni in cui si scriveva così. Legata alla nostra infanzia resta l’immagine imponente e massiccia di una macchina da scrivere. Autorevole e carismatica. Ma soprattutto musicale !

 

104

Un giorno il papà ci carica sulla Balilla, regolarmente parcheggiata, come allora si poteva, in Piazza Monte Grappa, proprio di fronte a casa (così dalle finestre la tenevi sempre d’occhio).

Mette in moto e dice “Andiamo a volare. Dobbiamo provare a volare”.

Nessuno di noi ha mai nemmeno lontanamente pensato di prendere un aereo.
Ma lui è fatto così : bisogna provare, se c’è una cosa nuova bisogna conoscerla, capirla, magari amarla.

Abbiamo paura ? Certo, tutti noi abbiamo paura. Lui dice : “Anch’io ho paura. Ma non è problema : tanto se cadiamo, moriamo tutti insieme !”

Si va in un piccolissimo aeroporto in territorio svizzero : ad Agno.

E’ il 1° Maggio del 1952 e l’aeroporto era nato da poco però ad attenderci c’era un aereo : un Piper. Rosso, bellissimo.

Ci stipano tutti sul Piper : il papà davanti col pilota, fratello e sorella e la mamma dietro.  E si decolla. Voliamo sopra boschi, strade, paesi, su laghi e montagne per quasi mezz’ora. Più che la paura poté la meraviglia ! Ricordo indimenticabile e chapeau a due genitori così.

battesimo-104

Ognuno di noi torna a casa con un elegante cartoncino, con il proprio nome e cognome scritti a mano in inchiostro azzurro-cielo, l’immagine del Piper rosso in volo e addirittura la firma del Pilota battezzante. E’ il “Battesimo dell’aria”.
Credo che in quegli anni a Varese pochissimi l’avessero. Forse nessuno.

(foto)

Di un altro “Battesimo” sono orgoglioso : il battesimo con l’acqua di Fontebranda nella Nobile Contrada dell’Oca il giorno 13 Maggio 1979. Conservo ancora le due preziose pergamene firmate dal Governatore Lao Cottini, uno che quando prendeva la parola alla Cena della Prova Generale, due-tremila persone contemporaneamente già si preparavano il fazzoletto (quello vero, non quello contradaiolo) perché tu sapevi l’effetto che il discorso del Governatore ti faceva.

 

105

Io che invece che pensare al tema in classe pensavo alla prof a casa.

E’ il primo tema in classe, la prof è nuova. Per noi è una rottura di palle da scrivere sui fogli a protocollo piegati in verticale a metà, solo sulla parte a sinistra.
La metà pagina bianca a destra rimane libera per commenti e correzioni.

Per noi è una rottura di palle di due ore. Ma per la prof ?

Per lei è una rottura di palle di molte ore : a casa sua, in quello che dovrebbe essere il suo tempo libero.
Deve leggersi un malloppo di 30 temi, tutti sullo stesso argomento (il tema era uno, non c’era scelta), tutti sicuramente uguali tra loro e ognuno con una calligrafia diversa, già difficile da interpretare.

Prima ancora di pensare a cosa scrivere, io ho pensato a cosa lei doveva leggere.
E ho deciso che dovevo sorprenderla, emozionarla, se possibile regalarle un sorriso.

Primo tema :
“Parlate dell’invenzione che più ha contribuito ad elevare l’umanità”.

Prevedibilissimi gli svolgimenti : la stampa e i caratteri mobili … la penicillina … la polvere da sparo .. le lenti da vista e i cannocchiali …
il vaccino contro la polio … l’anestesia ….

 

Io devo distinguermi : la prof è a casa sua.. ha davanti a sé i temi da leggere, correggere e valutare e domani riportare in classe. Pensa : “Ci sarebbero mille altre cose più interessanti e divertenti da fare e invece no : devo leggermi questi 30 temi che saranno tutti uguali, tutti noiosi, tutti pieni di stupidissimi errore di grammatica e siamo al ‘Berchet’ uno dei due più famosi Licei Classici di Milano (l’altro Liceo sarebbe il “Parini’, pieno di figli-di-papà e inesistente dal punto di vista cestistico).
Primo tema : “Parlate dell’invenzione che più ha contribuito ad elevare l’umanità”. Svolgimento di Franco Bellino :
L’invenzione che più ha contribuito ad elevare l’umanità è l’ascensore.

 

Secondo tema : “ La poesia del paesaggio nel Purgatorio di Dante”.
Svolgimento di Franco Bellino : Dante Alighieri non è poeta.

 

Trovato il punto di partenza assolutamente folle, però anche sorprendente e divertente, lo svolgimento viene da solo. La prof si trova in mano un foglio che la sorprende : è incuriosita, tentata di mettere un “3”, però poi si dice : Ma perché ? In fondo questo ragazzo ha cercato di sorprendermi, ha pensato di regalarmi qualche minuto di distrazione … il voto è ”8”.

Poi il mio tema lo legge in classe così divento popolare anche tra i miei compagni.

 

Se prendi “8“ ai primi due temi, se rispondi benissimo alle prime due interrogazioni, il gioco è fatto per tutto l’anno. Se un giorno non saprai rispondere a una domanda, il prof dirà :
“Dai, sù .. lo so che tu lo sai. Vabbè, sentiamo qualcun altro…”

Come nella pallacanestro, fai alla grandissima i primi due-tre allenamenti e il posto da titolare è garantito per tutto il campionato. Poi, certo, se giochi bene, se scrivi bene, se lavori bene è anche meglio.
Come nella vita.

 

106

Noi che alle elementari, ma forse già all’asilo o alla materna, prima ancora delle aste e delle tabelline, abbiamo imparato la differenza tra “varesotto” e “varesino”.
“Varesotti” loro, paesanotti, che venivano da villaggi che finiscono in “ate” : Gallarate, Tradate, Azzate, Buguggiate, Malnate……

“Varesini” noi, cittadini, nati e vissuti in Piazza Monte Grappa e poco oltre. Ma poco però.
Che già non saprei se quelli di Bosto, Giubiano, Biumo e Casbeno hanno il diritto di dirsi “varesini”.

 

 

107

Noi che guardavamo un incontro di boxe facendo scorrere velocemente con la punta delle dita le pagine di un piccolo album – oggi detto “flip book” o “libro animato”. La magia delle figure disegnate che si animavano e combattevano aveva un fascino irresistibile. E il fruscio delle pagine che scorrevano veloci accarezzando il polpastrello aveva un suono così simile al rumore del proiettore casalingo degli interminabili “filmetti delle nostre vacanze” o del matrimonio del cugino del figlio della nipote della nonna del vicino di casa.

Un fascino irresistibile il “flip book” ce l’ha ancora oggi, se è per quello. Solo che adesso è diventato ricercatissimo : 300-400 dollari, esclusa spedizione.

 

108

Noi che per fare le bolle di sapone chiedevamo al barista una cannuccia di paglia e poi alla finestra con un bicchiere di acqua in cui avevamo sciolto una scaglia di sapone (quello grosso e giallo da bucato, che il sapone per le mani costa troppo !) passavano ore creando bolle sempre più grandi e con tutti i colori dell’arcobaleno. Le magiche bolle volavano leggere nell’aria, a volte addirittura verso l’alto, danzavano elegantiss—  e all’improvviso PAF ! Scomparivano in una goccia d’acqua, una lacrima luminosa che cadeva diritta giù in strada.

 

109

Noi (Io, che ‘noi’ ? Io !) che quando i genitori erano scesi come ogni sera di ogni giorno di tutti gli anni da ‘Socrate‘, il caffè con i tavolini all’aperto proprio sotto casa, passavamo lunghi meravigliosi minuti alla finestra in attesa che nel palazzo di fronte, la Laura Belli decidesse di danzare voluttuosamente su una musica che noi non sentivamo, ma era la più bella che avessimo mai sentito..

Lei era veramente sexy : bionda, voluttuosa,  con le spalle spesso scoperte e i lunghi capelli ondeggianti, danzava credo solo per me perché non poteva non sapere che io la spiavo, attraverso le persiane semi abbassate e a volte con un binocolo.

Ero innamorato perso però non ho mai trovato il coraggio nemmeno di fermarla per strada. Era un sogno ed è rimasto un sogno proibito, ma incantevole.

 

110

Noi che abbiamo visto durante le vacanze in campagna le donne scendere al fiume con una robusta spazzola di saggina, la liscivia e una cesta pesante piena di biancheria da lavare.
La pesante asse da bucato era invece già sul bordo dell’acqua, modellata in pietra o in legno pesantissimo.

lavandaie

Il bucato, lavato e sciacquato per ore, si stendeva poi ad asciugare su lunghissimi fili tesi tra i pali e le bianche lenzuola al vento erano uno spettacolo ancora oggi commovente.
Sembra di sentire ancora quel profumo di biancheria pulita. Lo stesso che sentivi infilandoti sotto le coperte e sentendo la carezza del lenzuolo di bucato sulla pelle nuda.

 

111

Noi che una volta in campagna abbiamo fatto il bagno in una grande tinozza, riempita con secchi di acqua bollente che arrivava dalla cucina.
E poi durante e dopo la guerra, il bagno si faceva nella vasca da bagno. La mamma ci aggiungeva il detersivo in polvere che agitato, creava il “bagno di schiuma”. L’acqua diventava opaca, viscida, con un vago profumo. Non so se pulisse la pelle, ma certo a bagno finito
non si vedeva più – come si era visto prima – sul bordo della vasca
l’orlo più scuro lasciato della nostra sporcizia ai tempi prima del detersivo.

 

112

Noi che ci siamo iscritti ad una scuola serale (gratuita !) *non tanto perché interessati alla materia che insegnavano – Pubblicità – quanto per poter uscire tutte le sere dopo cena senza dover chiedere il permesso ai genitori.

 

113

Noi che siamo stati assunti ‘a tempo indeterminato’ **senza stage o periodo di prova, al primo colloquio di lavoro nella più grande Agenzia Italiana, senza sapere nulla del lavoro che avremmo dovuto fare (copywriter), solo perché avevamo dato l’impressione di essere svegli e curiosi.

 

114

Noi che siamo stati ‘dimissionati’ (“Bellino, dà Lei le dimissioni o dobbiamo licenziarLa ?”) dopo poco più di un anno per aver dato del “Trombone” al nostro Direttore Creativo *** durante una riunione di presentazione della campagna al Cliente.

 

115

Noi che grazie a quel ‘dimissionamento’ abbiamo subito trovato un nuovo lavoro **** molto più divertente, senza orari di ufficio, pieno di incontri con attrici, registi, musicisti e stupende ragazze : un lavoro che ci ha reso felici per più di vent’anni. Erano davvero altri tempi !

*
La Scuola serale era l’ISIP – Istituto Scuola Italiana di Pubblicità in via Fabio Filzi a Milano.

**
L’Agenzia era la CPV Italiana in piazza Duse. Mi assunse Mario Belli, scegliendomi tra circa 500 candidati forse perché mi chiamo Bellino. O forse perché avevo spiegato come fanno gli aerei a volare raccontando di quando in auto metti la mano fuori dal finestrino col palmo rivolto
verso il basso e non solo la mano, ma tutto il braccio si alza e molto.

***
Il Direttore Creativo a cui diedi del “trombone” in riunione davanti a tutti i Dirigenti dell’Agenzia e soprattutto davanti  al Cliente era Augusto Maestri. Se l’era meritato perché aveva osato non sostenere in presentazione una mia campagna per Polaroid
(Sì, Pietro Maestri, figlio di Augusto e sua volta grande creativo, lo sa).

****
Il nuovo lavorò me lo offrì Mario Fattori nella General Film di via Turati.

“Stipendio ? Guarda : ti dò la mia Abarth 850 TC
e ti trattengo lo stipendio per qualche mese”.

 

116

…………….

 

117

Noi che compravamo i cartoncini dipinti di Ugo Guerra. Se ne stava seduto al sole sui marciapiedi in corso Venezia e non chiedeva nulla a nessuno. Però se tu ti fermavi, ti mostrava i suoi cartoncini di paesaggi, dipinti a colori vivacissimi a pennarello o carboncino. Un po’ come Ligabue, ma meno visionari. Noi ne compravamo spesso uno, scegliendolo accuratamente tra i cinque-sei che lui aveva con sé. E questo già lo rendeva felice.

Ma poi scoprii che la cosa che non solo lo rendeva felice, ma lo inorgogliva di più, era che io cercassi di tirare un po’ sul prezzo. Perché lui non chiedeva la carità e io non stavo facendo la carità : io comperavo uno dei suoi dipinti e quindi era giusto, era doveroso che io cercassi di contrattare il prezzo.

Ne avevamo raccolti una ventina dei suoi cartoncini e forse abbiamo anche sperato che un giorno Ugo Guerra diventasse famoso come Ligabue. Invece purtroppo sparì. Sapevamo, pensavamo che lui dormisse in un Dormitorio Comunale, ma nemmeno i negozianti della zona seppero mai più darci
sue notizie. Anche i cartoncini nei vari traslochi sono scomparsi. O forse ci sono ancora, in qualche cartone rimasto chiuso dall’ultimo trasloco, ma io non lo so. E nemmeno lo sapranno gli eredi che certo non abbiamo e che certamente non avranno tempo nemmeno di guardare le nostre povere cose.
Ma a Ugo Guerra noi abbiamo voluto bene e gli abbiamo portato rispetto. Allora e anche oggi.
Perché lui era un artista e noi lo abbiamo sempre trattato come un artista.

 

118

Noi che abbiamo accettato di lavorare in pubblicità perché come disse quello “è sempre meglio che lavorare”

 

119

Loro che si sono laureati in legge perché una laurea in legge è come il grigio: va bene su tutto…..

 

120

Noi che quando si tornava a casa, se la mamma aveva dato la cera, ci aspettavano le pattine. Rettangolari con gli angoli arrotondati, di panno e spesso imbottite, le pattine erano obbligatorie sia
sotto le scarpe da fuori sia sotto le pantofole. E le doveva portare persino il papà. Gli ospiti no, e quando arrivavano ospiti persino noi ne eravamo esentati. Le pattine scomparvero improvvisamente
da un giorno con l’altro e da allora non sono mai più riapparse.

In alcune case, ma non da noi, all’arrivo di ospiti preannunciati sparivano anche i teli di plastica stesi su poltrone e divani del salotto. In alcune case al posto dei teli di plastica venivano sistemate orride bambole con boccoli vistosi e orrendi abiti rosa. Stavano sedute sul divano, però con le scarpe.

 

121

Noi che la domenica si andava per architetture romaniche e castelli medievali. A pranzo ci indicava le migliori osterie e trattorie il Veronelli (mai più nessuno geniale come lui!) Una volta in una trattoria davvero casalinga, più che altro un negozio di alimentari dove la padrona cucinava per sé e i rari ospiti, mentre ci allontanavamo per tornare all’auto (sempre rigorosamente parcheggiata  molto lontano da abbazie, battisteri e cascine proprio per goderci avvicinandoci a piedi  il lento realizzarsi di una marcia nel tempo e anche per non ‘sporcare’ la bellezza e l’innocenza dei posti) fummo inseguiti dalla padrona della trattoria .

“Signori ! … Signori ! … Avete dimenticato questi soldi sul tavolo !”

Quei soldi erano la mancia che ci era sembrato giusto lasciare dopo aver pagato il conto. Per noi due voleva essere la meritatissima mancia, mancia che lei non aveva mai visto prima in tutta la sua vita e di cui ignorava persino l’esistenza.

 

122

Noi che non avevamo il cellulare per andare a parlare in privato sul terrazzo. Però ci si chiudeva nello sgabuzzino delle scope e degli stracci e il filo del telefono fisso ti impediva di chiudere bene la porta.

 

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124

…………………..

125

………………..

126

Avviso a chi mi legge : i ricordi dal numero 126 al 154
sono tutti dedicati alla pallacanestro.
Se tu non hai mai giocato a basket né ti interessa
quello che succedeva negli spogliatoi
e sui campi sui campi da basket negli anni ’60,
salta allegramente al ricordo n.155

 

Noi che nella partite di ‘palla a canestro’, vulgo ‘basket’,
quando facevi un fallo, alzavi tu il braccio
e ti autoaccusavi con l’arbitro (se c’era) o con gli avversari.

 

Capisco che un giocatore che da solo, senza che nessuno lo obblighi, confessa di aver fatto fallo, anche se l’arbitro non se n’è accorto, possa oggi sembrare da ricoverare d’urgenza in TSO. Oggi un giocatore nega appassionatamente di avere massacrato l’avversario, anche se ha le mani ancora sporche di sangue. Anzi si lamenta con l’arbitro perché non sbatte fuori la vittima con il cartellino rosso (sangue) e i tifosi lo stimano proprio per questo suo cinismo.
Ma nel mondo della “palla a canestro” (non ancora “pallacanestro” tuttattaccato e non ancora “basket” tu vuò fa’ l’americano), sono esistiti e noi li abbiamo vissuti : tempi diversi da quelli di oggi.
Mi sembra giusto, o quanto meno piacevole (per me), rievocarli. Non aggiungo fotografie : non le metto per stimolare chi legge questi miei ricordi a visualizzare i SUOI ricordi. Volti, nomi, luoghi, odori e rumori della sua infanzia e dei suoi giochi. Io mi innamorai della pallacanestro, ma fu per caso, come per caso succedono tutte le cose importanti della vita. Ma certo per me e per chi legge quelli dell’infanzia furono anni gioiosi e (spero) indimenticabili.

 

127

.. ai tempi che i genitori non solo non ti avevano mai visto giocare, ma nemmeno sapevano in che squadra giocavi.

La Pallacanestro Varese fece la “Leva del 1950”.

Non so come e non so perché io mi iscrissi. Non certo spinto dai miei genitori, che di quello che io facessi non si sono mai (apparentemente) occupati. Non mi hanno mai visto giocare e non mi hanno nemmeno visto laurearmi : ero solo in Aula Magna alla Statale contro 5 professori 5, a prendermi con Musatti il mio 110-e-lode, senza corone d’alloro e cori sguaiati di parenti e amici.

 

128

Vittorio Tracuzzi, uno dei più geniali giocatori di sempre, fu il mio primo allenatore, anzi Maestro.

Ricordo che Tracuzzi si dedicò a noi “allievi” le prime settimane per i “fondamentali” e ci affidò poi a Ciccio Zucchi, suo allievo prediletto, piccolino ma titolare nella mitica squadra di Varese.
Scopro oggi un gesto molto bello di Tracuzzi : Ciccio era allora studente a Medicina e Tracuzzi gli promise una bella cifra per ogni 30 che avrebbe preso agli esami.

 

129

Noi che : Occhio alla palla o …… palla nell’occhio !

Tracuzzi (mai a Varese nessuno si azzardò a chiamarlo, come oggi leggo, “il Trac”.
Non credo che chi l’avesse chiamato “Trac” persino nella sacra intimità dello spogliatoio, sarebbe poi sopravvissuto) metteva tutti noi Allievi in circolo attorno a lui.

Teneva un pallone in mano .. spiegava e mostrava come andava ricevuto e maneggiato .. i pollici allineati, le dita distese e non contratte … parlava
e poi all’improvviso ti arrivava il pallone in faccia. Anche se lui ti stava voltando le spalle ! La lezione era :
non devi MAI distrarti, devi sempre aspettarti un passaggio, quindi devi SEMPRE sapere dove è il pallone e se ti arriva in faccia e non tra le mani,
è colpa tua.

 

130

Noi “allievi” vedevamo tutte le partite casalinghe a gratis dalla balconata della Palestra dei Pompieri e avevamo accesso persino agli spogliatoi nel dopo-partita per sentire i commenti a caldo dei nostri Dei.

 

131

Noi che eravamo lì ai tempi che Tracuzzi inventò la “rimessa rugby”.
Tu segni ? E io ti castigo !

Tracuzzi, allenatore, giocatore e capitano, ma soprattutto geniale creatore di gioco, aveva inventato uno schema efficacissimo : appena subìto un canestro Tracuzzi recuperava il pallone e senza nemmeno guardare lo lanciava attraverso tutto il campo sotto l’altro canestro …

 

.. là era già arrivato Gualco (non saprei dire come ci fosse arrivato, forse partiva mentre il tiro degli avversari era ancora in aria) che prendeva il passaggio, si allontanava dal canestro lungo la linea di fondo, si avvitava su se stesso e segnava. Due tre volte per partita erano punti sicuri. Oltretutto erano punti umilianti : perché uno stava ancora festeggiando il canestro appena segnato e subito ne subiva un altro, molto più rapido, più facile, indifendibile : irridente. Una vera presa per il culo : “Tu hai bisogno di un’intera azione di gioco per farmi (forse) un canestro ? E io te lo faccio in 3-4 secondi !”.

 

Scopro oggi, dopo 70 anni, che questo geniale schema di gioco aveva un nome : Tracuzzi è ricordato nei sacri testi come l’inventore della “rimessa rugby”.

Peraltro il tiro in avvitamento era molto frequente allora : di Tracuzzi narrano delle entrate “a elica” (mai viste); Stefanini ci ha campato anni segnando sempre in avvitamento; Tonino Zorzi in entrata faceva questo e altro e non ho mai più visto nessuno restare in aria quanto lui finché non è arrivato “Air” Jordan.

 

132

.. ai tempi che a Varese persino il mitico Rubini aveva qualche problema. Al plesso solare.

In quegli anni a Varese giocavano, chi prima chi poi, Alesini, Marelli, Bernasconi, Tonino Zorzi, Cerioni, Nesti, Forastieri, Gualco, Turolla, Virginio “Ciccio” Zucchi e Tracuzzi.

C’era una feroce rivalità con il Borletti. A Milano giocavano Rubini, allenatore, giocatore e capitano, abituato dalla pallanuoto ai colpi bassi sotto il pelo dell’acqua, Gamba, Stefanini, Sforza (uno spilungone stempiato che tirava da fuori a due mani sopra la testa), Reina, Romanutti (implacabile dall’angolo), il cattivissimo Pagani che Dennis Rodman arriverà solo decenni dopo. Ricky fu anche romantico e dolce protagonista de “I sogni nel cassetto”, un film di Renato Castellani. Molto meno romantico e dolce era però Ricky sotto canestro.

Dice di lui Gamba : “Con Ricky, il ‘cinese’, abbiamo formato una coppia di guardie formidabili, ancora prima che arrivasse Pieri. Allora si giocava spesso con tre guardie, la gioventù non era ancora ben nutrita come le generazioni del dopoguerra e noi eravamo dei difensori arrabbiati. I nostri avversari, se riuscivano a penetrare una volta, ci pensavano a lungo prima di farlo un’altra volta”.

Posso capire le riflessioni di chi aveva tentato una volta un’entrata a canestro in quella selva di mani, braccia e soprattutto gomiti. Solo Zorzi ci si divertiva, ma lui volava sopra a mani, braccia e gomiti.

 

A Varese i match con il Borletti erano, diciamo così, “molto sentiti”. Si menavano come ossessi. Di là le ‘scarpette rosse’, di qua i “nostri”, fisicamente meno attrezzati, ma altrettanto avvelenati.

 

.. ai tempi in cui scoprii la fondamentale differenza
tra il tiro in sospensione e il tiro al sospensorio.

 

In campo Tracuzzi poteva (se necessario) essere anche feroce : ricordo che per merito suo scopersi che cos’era “il plesso solare”. In uno degli infuocati match con il Borletti, Tracuzzi non per caso e non per sbaglio rifilò una ginocchiata nei ‘cabasisi’ (avrebbe detto Camilleri) a Rubini, che fu portato dolorante fuori campo. “La Prealpina” in cronaca sportiva il giorno dopo scrisse di “colpo al plesso solare”.

Noi ne fummo orgogliosi, perché detto così sembrava molto più nobile e sportivo di una ginocchiata dove (allora si portava il sospensorio) fa comunque molto male.

Quella volta noi dalla balconata si cantò a lungo “Cata sù e port’a cà”.

 

133

… ai tempi che Tracuzzi passò dalla ‘melina’ al “melone”.

Tu vinci ? E io ti rovino la vittoria !

Non c’era ancora la regola per cui la squadra che ha la palla deve tirare entro 30 secondi (da noi diventati 24” solo nel 2004). Chi aveva la palla, faceva quello che voleva e se non voleva tirare, non tirava per quanto tempo voleva.

Cito da Virtuspedia https://www.virtuspedia.it/sala-borsa/

Un anno venuto a Bologna alla guida del suo Varese, Tracuzzi pensò che
non era giusto perdere quella partita. Allora guidò la “melina” della sua quadra non per qualche secondo in più, ma per gli interi ultimi cinque minuti ! La Sala Borsa era una bolgia, un inferno : ma lui serafico
e irridente palleggiava, passava la palla, la faceva girare e nessuno tirava. Altro che “melina” : quello fu un melone bello, grosso e anche un po’ fracido, gentilmente spiaccicato in faccia ai vincitori.

Quel melone parlava e diceva : “Perdo, ma non perché avete vinto voi :
perché sono io a volerlo”.

 

134

.. ai tempi che la classe era classe. Al tavolo verde e anche al verde.

Tracuzzi era per tutti noi un mito anche fuori campo. Trascorreva i pomeriggi, prima degli allenamenti, nel bar sotto i Piccoli Portici in Piazza. Forse era il “Caffè Pini” con una saletta riservata al primo piano. Lì giocava a carte per ore, presumo perdendo più di quanto fosse lecito perdere, poi andava a giocare e allenare. E vestiva da “Nisca”. “Nisca” è in assoluto il negozio di abbigliamento maschile più elegante di cui io abbia mai visto le vetrine (entrarci non era cosa neppure per mio padre, che pure era il Medico Provinciale e quindi un’autorità in città).
“Nisca” aveva una classe che ho poi trovato solo da ‘Schostal’ a Bologna, da ‘Marinella’ a Napoli e immagino debba avere avuto “Zanobetti” a Firenze, se è mai esistito e se è lì che in “Amici miei” il conte Mascetti acquista il “cashmirino” che pagherà però a rate.

 

135

.. ai tempi che un ragazzino aveva come coach un mito. Anzi, due !

Quando ho lasciato Varese, mio papà promosso Medico Provinciale a Milano, sono finito al ‘CUS’ Milano. “CUS” vorrebbe dire “Centro Universitario Sportivo”, ma il CUS Milano, che aveva la prima squadra di universitari in Serie B, aveva anche la squadra “Juniores”, per giocatori fino a 18 anni, quindi al massimo liceali.

Io non ero universitario e non avevo 18 anni,  ma arrivavo piuttosto “imparato” dalla scuola di Varese e dalle esperienza nel Campionato Allievi. Fui subito “play” titolare e il terzo anno Most Valuable Player (acronimo “MVP”), in italiano giocatore di maggior valore, quello che nel corso di tutto il Campionato ha ottenuto i risultati migliori : non avevo segnato più canestri di altri, ma avevo una percentuale di ‘assist’ straordinaria.

Ci si allenava alla Casa dello Studente di viale Romagna : capitava di “fare due tiri” con Tony Flokas, che veniva anche lui da Varese; con Sandro Riminucci, ‘l’Angelo biondo’, chiamato (solo alle spalle però) “Marisa”; e purtroppo raramente persino con Rosannina Armani, adorabile, che quando pur di ‘fare partita’ si giocava maschi e femmine insieme, ognuno di noi avrebbe voluto ‘curare a uomo’.

 

136

Allenatore ufficiale del CUS Milano per il Campionato Juniores era
Elliott Van Zandt, lo stesso che aveva allenato Tracuzzi alle sue prime convocazioni in nazionale.
Ero così passato, senza saperlo dal mitico coach Tracuzzi
al mitico coach nero Van Zandt.

 

137

…. ai tempi che per un passaggio dietro la schiena rischiavi la vita.

Van Zandt tuonava “E’colo !” approvando quando facevi una cosa giusta; ruggiva suoni irriferibili quando azzardavo passaggi dietro la schiena (che però, grazie all’intuito felino di Mario Accorrà, sempre mi riuscivano) e mi assegnò la medaglia d’oro “MVP” nel famoso campionato in cui noi non si vinse nemmeno una partita, ma giocai da dio facendo segnare all’unico nostro lungo, “Sergino” centinaia di punti. Molti assist, memore della “rimessa rugby” di Tracuzzi, direttamente da rimessa laterale.

 

138

.. ai tempi che in campo come al liceo (Ricordo 105) : fai alla grande la prima interrogazione e poi ci vivi di rendita tutto l’anno. Idem sotto canestro.

 

All’inizio di ogni campionato, al primo allenamento io stupivo compagni e allenatore.
Ero in forma strepitosa e il segreto delle mia forma era che i miei genitori avevano inventato lo “sbolognamento”. I nonni materni vivevano a Bologna e tutte le vacanze natalizie, tutte le pasquali e due-tre mesi estivi io ero alla lettera “sbolognato”.

.. a quei tempi Bologna era “Basket City”, il tempio della pallacanestro con ben due, poi tre squadre in Serie A e un campo da gioco a pochi centimetri da Piazza Maggiore : la mitica “Sala Borsa” su un pavimento di piastrelle.

D’estate ovviamente la Sala Borsa non era agibile per i cestisti perché funzionava come cuore finanziario dell’intera regione e quindi tutta la Virtus si allenava allo Stadio del Bologna Football Club.

Lì mi feci accettare, insieme ai gemelli triestini Selleri, e lì passavo settimane di basket full immersion insieme alla prima squadra della Virtus. Di loro ricordo Ranuzzi, piccolo come me, grande play.

Peraltro a Venezia si giocava – io una volta sola in una ‘trasferta’ purtroppo – tra le colonne del Sansovino alla Misericordia.

I mesi di allenamento quotidiano a Bologna mi facevano guadagnare il posto di titolare in squadra a Milano per tutto il campionato.

 

139

.. ai tempi che il mio Imperativo Categorico era :

“O 15 personali dentro, tutti di fila, o si salta il pranzo.”
A Bologna allo Stadio Comunale, ogni giorno, finito l’allenamento dei ‘grandi’ della Virtus e con il campo ormai deserto, tutto per me, il mio personalissimo impegno era : non vai a casa se prima non hai segnato 15 tiri liberi consecutivi.

Metterne dentro15 senza sbagliarne uno, e dovendo per di più dopo ogni tiro andare da solo a raccogliere il pallone e ritornare in lunetta, non era poi così facile. A volte sbagliavi proprio l’ultimo dei 15 tiri e dovevi ricominciare tutto daccapo. Comunque magari un po’ in ritardo,
ma a pranzo a casa dai nonni ci sono sempre arrivato.

 

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Dopo i mesi estivi con la Virtus, quando a Milano riprendevano gli allenamenti, in mezzo ai compagni arrugginiti dagli ozi estivi e vergognosamente sovrappeso, io risplendevo : arrivavo al primo allenamento tirato a lucido e in forma strepitosa, la mano caldissima.

Questo show di inizio campionato aveva il potere di entusiasmare l’allenatore (ero finito al “Làmber Basket Club”) e mi permise gli ultimi anni di saltare molti allenamenti, di essere esentato dalla “ginnastica” pre-allenamento e di mantenere il posto fisso in quintetto-base.
Fino a che … fino a che arrivò il momento in cui fu chiaro che dovevo smettere : iscritto all’Università, assunto con regolare stipendio come copywriter in CPV, la più grande Agenzia Pubblicitaria italiana, avendo scoperto che con le ragazze ci si poteva persino provare …..
per il basket non c’era più posto.

 

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… ai tempi in cui per farti un complimento un bimbo ti distrugge.

Anni, molti anni dopo, su un campo da basket deserto, credo proprio nella nuova sede del Centro Cardinal Schuster al Parco Lambro, trovo un pallone.

Mi metto a giocare da solo : faccio alcuni tiri e persino alcune acrobatiche entrate a canestro in totale assenza di avversari.

Passa di lì un bimbetto in bicicletta, si ferma a guardarmi in silenzio per una decina di minuti. Poi quando il pallone rotola dalle sue parti e io mi avvicino a lui per recuperarlo, lui prende coraggio e timidamente mi chiede :
“Ma Lei … Lei da giovane… giocava ?”.

Da giovane ?!?

Quello è il giorno in cui mi sentii per la prima volta vecchio.

 

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.. ai tempi in cui il “play” si chiamava “regista”.

Un altro bel ricordo del mio passato di play-maker fu l’incontro in corso Buenos Aires con Spotorno, un gran bel giocatore che avevo avuto avversario nei 3 campionati studenteschi vinti uno in fila all’altro. Spotorno era più giovane di me, lui giocava ancora e incontrandomi per strada, senza nemmeno che si fosse iniziato a parlare di basket, disse :
“Peccato, Franco, che tu non ci sei più.
Nessuno sa farli giocare come facevi tu.”

Quel giorno sentii che ero stato, in questo, solo in questo, piuttosto bravo. Oggi, ormai nei pressi del capolinea, posso dirlo :
in tutta la mia vita giocare a pallacanestro è la cosa che ho fatto meglio.

 

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.. ai tempi in cui una squadra perdeva – ammirata da pubblico, avversari e persino arbitri – tutte le partite di un intero campionato. Con onore.

Nel 1958 Van Zandt diventò preparatore atletico del Milan e al CUS Milano a lui subentrò un tecnico, appena tornato a Milano dagli Stati Uniti.

Riva (non ricordo il nome) era preparatissimo e molto rigoroso : ci mise un intero anno ad insegnarci una difesa zona-uomo, del tutto inedita allora in Italia anche in Serie A

Ci volle un anno per imparare quegli schemi, dove tu, piccolo, invece di avere un ruolo e a quello attenerti, dovevi praticamente fare tutto, persino marcare il pivot (il ‘lungo’) sotto canestro.

Quell’anno finimmo l’intero campionato senza vincere una sola partita, l’anno successivo vincemmo lo scudetto.

 

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.. ai tempi che certe zone del campo erano molto più pericolose di certe zone di periferia.

Ogni anno, terminato il campionato regolare e iniziate le vacanze, per chi rimaneva a Milano c’erano i tornei estivi. Il torneo estivo dovevi farlo, quantomeno dovevi provarci. Sennò non eri un vero giocatore. Un po’ come i playground USA.

Noi “signorini”, coccolati nelle squadre ‘allievi’ o ‘juniores’ della Serie A, con la tuta, due magliette diverse, pantaloncini, scarpe, calze e il borsone griffati, incontravamo squadre composte da giocatori che avrebbero potuto essere nostri padri, alcuni con le scarpe dalle suole di para e le ginocchiere per i reumatismi.

Noi eravamo abituati bene – nei campionati regolari della FIP, si giocava per limiti di età : fino ai 15 anni negli “Allievi”, fino ai 18 “Juniores”, poi per i migliori c’era la “Prima divisione” o le squadre giovanili dei grandi club. Giocavi sempre comunque con coetanei.

Nei tornei estivi invece giocavano tutti, non c’erano limiti di età. Le squadre si mettevano insieme riunendo quelli che trovavi in città, che non erano in vacanza, a volte anche giocatori delle serie maggiori e poi ex-giocatori, squadre del dopolavoro, degli oratori, delle aziende e delle banche.

Chi ci tocca stasera ?
Ci sono i bancari della Commerciale.
Allora non ci sono io ….

Le squadre delle banche erano le più temibili, non tanto per la qualità del gioco, quanto per la durezza degli interventi. I ”bancari” dei tornei estivi milanesi erano capaci delle più nefande scorrettezze, regolarmente impunite perché non c’erano arbitri della Federazione a dirigere il gioco.

Trovavi a volte ‘bancari’ di 40-45 anni, piccoli, calvi, ossuti e spigolosi.

Se nei pre-partita o nei primi minuti di gioco inquadravano un ragazzino particolarmente veloce o dotato di un tiro preciso, alla prima occasione lo ‘marchiavano’ cinicamente.

Se il ‘ragazzino’ si azzardava ad entrare sotto canestro erano gomitate in testa o più sotto, in zone molto sensibili. Se tirava da fuori erano ditate negli occhi.

L’unica salvezza era non giocare assolutamente mai nei tornei estivi della Milano di allora. E se proprio ci giocavi, evitare i bancari. O fare al più presto i tuoi 5 falli (delicati, però, per non farli arrabbiare) e salvarti in panchina.

Per qualche strano motivo conservo ancora oggi dopo 60 anni la stessa avversione per i bancari. E i bancari mi hanno fatto comunque molto più male dalle loro scrivanie che non sotto canestro. In campo almeno potevo ricambiare e non a caso un giornalista mi descrisse come “piccolo, ma cattivello”. Ho il ritaglio.

 

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.. ai tempi che la squadra di casa portava i palloni per la partita.

Quella mattina di Gennaio giocavamo in casa, nel campo all’aperto del Centro Schuster, fondo in cemento, tabelloni di legno. All’ultimo allenamento io avevo ricevuto la reticella con dentro 5 palloni, quelli nuovi americani, a spicchi, da portare per la partita.

La notte nevicò, la mattina nevicò. Arrivai al campo. C’era la squadra avversaria, erano arrivati credo da Venegono con due pulmini. C’erano gli arbitri, uno per il referto e uno per il gioco. E c’ero io. Soltanto io. Della mia squadra nessuno si era mosso da casa. Nemmeno il coach. Oggi si sarebbe risolto tutto con un giro di telefonate. Ma allora nessuno ci pensò da casa e non esistevano i cellulari.

Era ovvio, per chi c’era, che se c’era la partita, si andava.
Era ovvio, per chi non c’era, che se era nevicato non si andava.
Il campo in cinque minuti fu spazzato : era perfetto. Giocammo tra di noi, compresi gli arbitri e il loro allenatore. Ci siamo anche divertiti.

La partita ovviamente ci fa data persa. Ma non fu nemmeno un gran problema : era il campionato in cui non ne avremmo poi vinta nemmeno una. Giocavamo molto bene, ma non difendevamo. Così non vincemmo mai, però il premio fu una bellissima lezione di vita. “Bisogna saper perdere” cantavano in quegli anni The Rokes.

 

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… ai tempi in cui facevi il tifo per l’Ignis a pochi centimetri da Pagani, Gamba e Rubini e loro non facevano una piega (né ti piegavano come un origami come pure avrebbero potuto se solo avessero voluto).

 

Tu, varesino, tifoso dell’Ignis, seguivi un’intera partita alla “Forza e Coraggio” di via Ripamonti, in piedi dietro alla panchina del Borletti o già Simmenthal.

Eri entrato gratis, come “giocatore”, mostrando il cartellino ufficiale, quello che prima di ogni partita il tuo allenatore consegna al “tavolo” per il referto.

E come “giocatore milanese” tu potevi sistemarti proprio dietro la panchina della squadra di Milano, pur essendo un tifoso varesino.

Avresti potuto appoggiare le mani sulle spalle di Riminucci, Romanutti, Pieri (appena arrivato da Trieste, il più classico ed elegante giocatore mai visto in Italia). Avresti potuto persino (però mai avresti osato) toccare sulle spalle Ricky Pagani e Gamba e Rubini. Tu tifavi per i tuoi e nessuno di loro si girò mai, nemmeno per darti un’occhiataccia. Che sarebbe stata meritatissima, ma a quei tempi non si usava.

 

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.. ai tempi che arrivavano a Milano gli Harlem Globetrotters e un magico “bambinone”.

L’ultima mia ingloriosa apparizione fu al Palalido per una partita di apertura prima dell’esibizione degli ‘Harlem Globetrotters’. Subito prima di loro, in un campo che a noi che venivamo dal seminterrato della Casa dello Studente sembrava un grattacielo di legno e cristallo (il parquet e i tabelloni), con tribune alte e profonde come le navate di una cattedrale gotica, giocarono le giovanili del Borletti contro noi del CUS Milano.

Non ci fu proprio partita : da loro un bambino da solo segnò 81 punti. Era letteralmente immarcabile e non fu per noi, che pure giocammo molto bene i nostri palloni, una bella esperienza. Massimo Masini giocò poi nell’Olimpia e in Nazionale e fa parte oggi dell’Italia Basket Hall of Fame. Noi lo scoprimmo, a nostre spese, all’alba della sua gloriosa carriera : aveva 6 anni meno di me, ma era già 38 cm più alto.

 

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.. ai tempi della “cucchiaia di legno” in tavola.
No, il rugby del Sei Nazioni non c’entra.

I miei genitori non si sono mai minimamente interessati alle mie imprese sportive. C’era però una regola casalinga che interferiva pesantemente con i miei successi nel basket agonistico. Le regola diceva : “Alle 7.30 in punto – cascasse il mondo – si deve essere tutti a tavola”.

Il papà aveva accanto alla tradizionali posate anche una lunga ‘cucchiaia di legno’, adibita, se necessario (ma non lo fu mai) a ‘punire’ comportamenti scorretti o bisticci tra fratello e sorella.

Io giocavo piuttosto bene, ero il play titolare del CUS Milano –juniores e l’allenamento della squadra Juniores, tre volte la settimana, iniziava alle 6.

Io ero già in palestra una o due ore prima, per allenarmi da solo o giocando con chi capitava. Pur di giocare si faceva di tutto : il “giro d’Italia” (che poi la NBA ci ha copiato col nome di “3-point-shootout”), partite uno-contro-uno e due-contro due, giocando solo su metà campo. A volte capitavano giocatori della prima squadra, a volte studenti universitari di altre squadre, quasi sempre il mio inseparabile compagno di dai-e-vai e trucchetti vari Mario Accorrà.

Con Mario abbiano giocato anche, due contro due, con campioni della prima squadra : il greco Flokas, il biondo Riminucci. Era divertente, era stimolante, moltissimo si imparava e qualche volta persino si faceva canestro a giocatori della Serie A e persino nazionali.  Ma non era il vero allenamento e soprattutto non ero con il mio allenatore e non ero con i miei compagni di squadra.
Alle 6 cominciava il vero allenamento e alle 6.30 io dovevo lasciare tutto, fiondarmi negli spogliatoi. Doccia non se ne parla, camicia pullover e d’inverno giaccone infilati direttamente su maglietta e braghe sudate, scale di corsa, attraverso l’atrio, giù per la scalinata che porta in strada.

Proprio aldilà della carreggiata c’era la fermata del tram. Due linee : il ‘23’ che arrivava giusto sotto casa e il ‘33’ che andava altrove. A quell’epoca sulla fiancata del tram non si vedeva che numero era. Perciò se correndo giù dalla scala io vedevo un tram con le portiere ancora aperte, mi ci fiondavo dentro. Poi una volta a bordo chiedevo al tranviere, vulgo ‘Manetta’ :

“Scusi, Capo : è il 23 o il 33 ?”.

Se era il 33 scendevo alla prima fermata, se era il 23 arrivavo a casa.

Tutto questo per rispettare la regola delle 7.30 in tavola. Regola assolutamente inviolabile per me,
che divenne però molto più elastica quando a ‘fare tardi’ fu mia sorella.

Ma Bruna era “la stellina d’oro” adorata da un padre meridionale.
Grazie a lei mi pare di ricordare persino delle cene iniziate verso le 8 di sera. Ma ormai io non giocavo più.

 

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.. ai tempi che “Tocchi il ferro ? Tocchi il cielo !”.

Arrivare a toccare il ferro per uno della mia statura era già segno di una buona elevazione.
Proprio per questo ho sempre provato un senso di ribrezzo per le schiacciate

(‘slam dunk’, già il suono è odioso).

“Schiacciare’ vuol dire infilare il pallone dentro il canestro da ben sopra il ferro: dall’alto in basso ! E’ per me una violenza inguardabile : uno stupro.

Così inguardabile che la NCAA (la NBA degli studenti USA)
proibì qualsiasi schiacciata dal 1967 al 1976. Giusto !

 

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.. ai tempi che qualcuno a Bologna inventò il “gancio-cielo”.

Ai miei tempi il “lungo” della squadra – poi ‘centro’, poi ‘ pivot’ – sfruttava la sua superiore altezza inventandosi gesti molto eleganti.

Vidi Gigi Rapini e i suoi bellissimi “uncini”. Vidi Nino Calebotta, che arrivò alla Virtus proprio dal mio CUS Milano e diventò “la Terza Torre di Bologna”.

Uncino che poi Jabbar avrebbe reso mitico : ‘sky hook’, “gancio-cielo”.

 

Per alzarci sopra ai ‘lunghi’ noi piccoletti avevamo l’elevazione e la capacità

di restare in aria un po’ più a lungo del difensore. Tu saltavi.. lui saltava;

lui ricadeva, ma tu eri ancora su per tirare senza opposizione.

 

Si narra di Herman Knowings, detto “l’elicottero” capace di restare sospeso in aria un’eternità. Si narra e si vede e si calzano addirittura magiche scarpe – Air Jordan – capaci di restare in aria per tempi incredibili.
Se le indossa Lui, però.

 

Questa era per me la palla a canestro : saltare ed elevarsi, sì; ma non stuprare
il canestro dall’alto in basso. Arrivare a toccare il cielo, non scenderci.

Oggi le schiacciate le fanno, le applaudono, le premiano allo Slam Dunk Contest. Ma non le applaudo io.

 

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.. ai tempi che un ‘vecchietto’ di Varese faceva la sua discreta figura sui più malfamati playground di New York.

Anni dopo aver abbandonato il basket agonistico, nel 1964, ho giocato dignitosamente negli Stati Uniti – nei campus universitari della ‘Utah State University’ di Logan, della ‘University of Utah’ di Salt Lake City e in alcuni playground di San Francisco e poi New York.

Daniele Vecchi : “Alcuni playground americani sono diventati luoghi leggendari dove i ballers dei quartieri newyorkesi si scontrano con stelle della NBA. A New York si dice : “Giochi in NBA, ma non sei mai stato ‘battezzato’ sul campo del Rucker ? Allora non sei un vero giocatore“.

 

Francesco Zuppiroli : “Esiste un luogo dove gli Dei si recano per essere uomini normali. Esiste un luogo dove i professionisti affermati della NBA sognano di emulare gli street ballers. Sì, esiste. All’incrocio tra la 155th Street e la 8th Avenue, nella città fatta di sogni e di cemento, la città dove tutto sembra possibile, New York City. Il bello è che qui spesso gli Dei… perdono.”

Hey man, this lidl Eyetalian from Liddle Idaly’s not bad !

Certo negli Stati Uniti del ’64, sotto quei canestri gli altri, tutti gli altri – dai bimbetti di 8-9 anni agli allampanati spilungoni che potevano essere miei bisnonni – tutti gli altri erano molto meglio di me.

Però ci stavano a giocare con me. Mi accettavano in squadra con loro, mi picchiavano con simpatica durezza, mi passavano la palla e sempre coglievano al volo i miei imprevedibili assist, mugolando approvazione. Tutto merito dei ‘fondamentali’ di Tracuzzi, Ciccio Zucchi e Van Zandt, a cui fui allora e tuttora sono immensamente grato. Sono orgoglioso di ricordare che anch’io ho segnato qualche canestro nel paradiso, non solo terrestre, ma cosmico del basket.

 

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.. ai tempi, che ancora non sono giunti, dei campionati per noi “piccoletti”.

A proposito di partite giocate solo con coetanei, già allora pensavo a che meraviglia sarebbero partite giocate con limiti di statura. La pallacanestro in realtà non è uno sport sportivo. Come capitò a noi al Palalido di Milano, a parità di capacità tecnica, di capacità tattica e strategica e anche di culo (diciamo, fortuna o ‘mano calda’) non c’è partita per noi ‘nani’ contro giocatori oltre i due metri.

Forse a quelle altitudini ci può giocare un fuoriclasse ‘piccolo’, ma non esiste una squadra tutta di ‘piccoli’. Invece con un limite a 1,80, per esempio, ci sarebbero stupende partite dove giapponesi, filippini, e insomma … noi nani potremmo mostrare meraviglie. OK, la NBA è e resterebbe un altro mondo, ma noi ci si potrebbe divertire. Anzi, avremmo potuto divertirci, perché ormai alla mia età…..

 

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 “9” e “27” : su qualsiasi ruota, in qualsiasi campo, di qualsiasi Universo.

Le diverse maglie con cui ho giocato – Pallacanestro Varese ..  CUS Milano .. la mitica “Terza E” del Berchet (tre campionati, tre scudetti) .. il Lamber Basket Club – hanno avuto soltanto due numeri : il 9 e il 27.

“9” è il numero del mio destino : sono nato il 9 Aprile del 1939 e quello è il 99° giorno dell’anno.

“27” era il giorno dello stipendio.

A 17 anni, ancora studente, andare in Amministrazione e ritirare la busta-paga, con il tuo nome stampato sopra, la distinta di paga e trattenute, gonfia per il cash dentro, era un’emozione. Ti sentivi grande, ti sentivi ricco, soprattutto ti sentivi libero.

Questi due numeri – il 9 e il 27 – le squadre in cui ho giocato li hanno, come si fa per le leggende del basket, ritirati ? No, non che io sappia. Però mi sono ritirato io.

P.S.
Se mi capiterà di giocare ancora a pallacanestro, dovunque dovessi rinascere,
il 9 e il 27 sono prenotati. Chi di dovere prenda nota, per favore.

 

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Noi che puntigliosamente e con una forbicina scucivamo e staccavamo da camicie, giacche e pantaloni qualsiasi etichetta, soprattutto se esterna. Scucendo si rischiava di forare anche il tessuto del capo, però mai avremmo indossato qualcosa che mostrasse un’etichetta o una firma. A meno che non fossero le nostre iniziali, fatte ricamare da una zia sul davanti della camicia, a sinistra, anche se la camicia non l’aveva fatta una camiciaia ma l’avevamo comperata alla Rinascente.

 

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Noi che abbiamo conosciuto un signore di Milano che da bambino
si stupiva perché vedeva arrivare ogni settimana da Londra
delle grandi leggerissime scatole bianche.

Scoprì anni più tardi che le scatole contenevano camicie inviate a Londra,
già lavate, per essere stirate. A Milano non le sapevano stirare altrettanto bene. Noblesse oblige.

 

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Noi che contavamo le parole dei telegrammi. Nei viaggi esotici il testo veniva concordato con i genitori prima della partenza. Poteva essere “Tutto bene” ma “OK” era meglio.
Senza nemmeno la firma perché già l’indirizzo portava via molte parole
e poi tanto chi altri poteva essere che gli mandava notizie dall’India ?
Se si viaggiava in coppia il telegramma si mandava soltanto ai genitori
di uno dei due. Ci pensavano loro poi ad avvisare i genitori dell’altro/a.

 

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Noi che abbiamo girato tutti gli Stati uniti in bus per migliaia di km e per oltre 3 mesi pagando solo 1 dollaro al giorno con la tariffa “99 dollars for 99 days” della Continental Trailways. Una tariffa analoga l’aveva anche la più popolare “Greyhound”, ma era meno trendy ..

 

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Noi che su quei bus abbiamo notato che anche in pieno deserto, dove non si vedeva un’anima per chilometri in tutte le direzioni, l’autista prima di attraversare i binari della linea ferroviaria, fermava il bus … apriva le portiere … le richiudeva e ripartiva. C’era evidentemente a bordo un contatore che all’arrivo a fine corsa rivelava se l’autista aveva davvero fatto tutti gli stop prescritti su quell’itinerario. Ho sempre pensato che un autista italiano avrebbe tranquillamente attraversato le rotaie a tutta velocità e poi, prima di riconsegnare il bus, avrebbe aperto e rinchiuso le porte per il numero prescritto di volte. Ma forse c’era anche un timer a rivelare il trucco.

 

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Noi che in molti stati del Sud, quando salivi sul bus sapevi
che DOVEVI sederti davanti, perché i bianchi stavano davanti e i neri di dietro. Black & White.

Noi che più volte ci siamo saliti sul bus, abbiamo mostrato la card
all’autista e poi siamo andati verso il fondo del bus. Ci siamo ostentatamente sistemati nei posti di dietro, suscitando evidente disapprovazione dei bianchi davanti, ma anche sconcerto nei neri di dietro.
Lo feci per due-tre volte e nessuno mi disse mai niente (probabilmente mi giustificavano perché evidentemente straniero) però ci misi poco a capire che la cosa non faceva proprio piacere ai bianchi e ancora meno ai neri.

Quando il bus si fermava per le inevitabili soste fisiologiche, le toilettes erano rigorosamente distinte più ancora che tra uomini e donne, quanto per “White people only” e gli altri.

“To go” : siccome le soste erano di pochissimi minuti, bevande e cibi
li ordinavi “To go” : confezionati in modo che li avresti poi
consumati a bordo in viaggio.

C’erano sempre anche distributori automatici di preservativi, con una grande scritta : “Have fun !”. Era il 1964, in Italia non ci siamo ancora arrivati.

 

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Avendo detto al mio vicino di posto nell’ultimo tragitto da Washington a New York che sarei andato ad alloggiare allo YMCA della 34°, lui si fece un’idea, mi propose di dormire a casa sua e il seguito non fu davvero piacevole. Però mi salvai.

L’ultimo dei 99 giorni in giro per gli States è il tragitto Washington-New York. E’ sera verso le 8 e il bus riporta a NYC i pendolari della settimana.

Sul bus ho vicino a me un elegante signore : giacca, cravatta, impeccabile. Siamo vicini di posto, il corridoio in mezzo. Mangio una caramella, mi sembra gentile offrirne una anche al signore vicino a me. La accetta.  Attacchiamo discorso, quasi tutti gli altri intorno dormono. Sono italiano, sono in America per studiare il Pensiero Creativo, in Italia lavoro e scrivo film pubblicitari : lui sembra davvero interessato. Lui è un diplomatico, lavora a Washington tutta la settimana, ma la sera del venerdì rientra a casa sua a New York.

Chiede : Dove vai a dormire stanotte ?

Allo YMCA.

Quale YMCA ?

Quello della 34° strada.

Ah, ho capito. … Ascolta : arriviamo a New York piuttosto tardi …. allo YMCA dopo una certa ora non accettano nuovi arrivi  (è vero,  l’ho constatato in giro per gli States negli ultimi tre mesi)
Io abito vicino al Bus Terminal .. perché stanotte
non vieni a dormire da me ? Domani poi vai in albergo.

Sono reduce da mesi nel West dove l’ospitalità è sempre generosa e disinteressata. Perché non accettare ?

Andiamo a casa sua. E’ davvero vicina. E’ già notte fonda
e quando noi entriamo, in casa c’è un ragazzo che dorme : si sveglia.
I due si parlano, il giovane è scocciato però non dice una parola
e nemmeno mi saluta. Si veste e se ne va.

Si va a letto : io come faccio da anni in tutti i Paesi del mondo, figlio di medico, infilo i pantaloni del pigiama con l’apertura del davanti di dietro. Così proteggo il pipi da eventuali infezioni; il pipi è più delicato, il culo è più protetto.
La mattina dopo mi sveglio che lui – un omone alto e grosso e con i pettorali a tartaruga – sta facendo gli estensori con 5 molle, quelli che io nemmeno riuscirei non dico a distendere, ma nemmeno a muovere di un centimetro.

Posa l’estensore e mi fa capire che vorrebbe fare sesso.  Con me. Gli dico che io non voglio. Mi dice che gli avevo fatto chiaramente capire che anch’io…

Io ? ! ?

Sì, dice. Mi offri la caramella sul bus … attacchi bottone … mi dici che vai allo YMCA della 34° : è evidente che tu.

Riesco a convincerlo che è stato tutto un equivoco (meno male che non ha fatto cenno al pigiama fronte/retro). Se avesse voluto farlo per forza, evidentemente io non avrei avuto nessuna speranza. Invece accetta la situazione.  Esco da casa sua con lui contrariato, ma pur sempre diplomatico. Me ne vado intatto. Però vado allo YMCA della 34° : errore. Grande errore.

 

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Per 98 dei 99 giorni del mio tour americano in bus avevo dormito negli YMCA di tutti gli USA e mi ero trovato sempre benissimo. Però alla fine
del mio viaggio andai a finire allo YMCA della 34° strada di New York e lì no, non mi trovai affatto benissimo.

Intanto le camere erano senza wc e le toilettes comuni non prevedevano la porta : tu dovevi sederti e chiunque passasse ti vedeva. Poi all’uscita in strada – la 34esima, appunto – c’era sempre un gruppetto di uomini di varie età che ti squadravano vogliosi e ti facevano proposte.

Fuggi la mattina stessa allo Henry Hudson Hotel sulla 57esima.

 

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Noi che per qualche settimana, grazie agli amici musicisti della ‘Comtrack’
di Chicago fummo ospiti del “New York Athletic Club”, così snob ed esclusivo che si era ammessi solo se presentati da un socio e si esigeva
che gli uomini sempre indossassero la giacca. Vedi a questo link

https://www.nyac.org/dress-code

il “Dress Code” molto, ma molto più permissivo oggi di quanto non lo fosse quasi 60 anni fa.

L’edificio affacciava su Central Park, era molto elegante, aveva un piano intero dedicato al fitness ed una pista per correre all’interno. Però fuori faceva un caldo infernale. Io perciò uscivo dalla camera con la giacca, attraversavo la hall, mi dirigevo verso l’uscita posteriore e lì depositavo al guardaroba la giacca. L’avrei poi ripresa rientrando in albergo per attraversare la hall e salire in camera.

 

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Noi che grazie allo psicologo folle abbiamo vissuto per due settimana nella zona più esclusiva degli Hampton – East Hampton - nell’edificio di proprietà della “Brooklyn School of Music”, con lunghe camminata su una spiagge assolutamente deserte, un mare stupendo e minaccioso. Un giorno da riva pescai un pesce gigantesco. Però quando lo presi in mano e sentii il suo cuore battere disperatamente fui preso da un’angoscia profonda.

Lo rigettai subito in mare e da allora quel battito disperato non l’ho più dimenticato. Mi ha ispirato però un film “I cacciatori non uccidono … a volte torturano” che ha vinto premi in tutto il mondo.

 

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Noi che per due-tre anni passavamo quasi tutti i week-end a Parigi, Londra e più spesso ancora a Istanbul. Costava meno andarci che non restare a casa. Il pacchetto volo di AR Alitalia più Hotel 5 stelle – a Parigi il ‘Concorde Lafayette’, a Istanbul un hotel favoloso, su una collina, credo fosse Hilton, costava una cifra ridicola.

A Istanbul ogni sera con Giovanna scendevamo a piedi per andare in una bettola proprio sul vecchissimo Ponte di Galata sul Corno d’Oro. Il ponte aveva una doppia vita: sopra, la strada, affollata di pedoni, bici, moto, auto e animali, dal tram alle automobili ai carrettini a mano; sotto, piccoli caffè e localetti di pesce. Una trattoria in particolare era famosa per il suo pesce. Ci andammo la prima sera e ci tornammo sempre. Era piccolissima : pochi tavoli affacciati sul mare, crostacei e pesci, tutti i pesci, indescrivibile. In tutto il mondo, nemmeno in Polinesia, mai mangiato del pesce così buono.

In quel buco eravamo di casa e ci volevano bene.  Nessuno ci disse però quello che scoprii anni dopo su una ‘Guide Bleu’ francese sulla Turchia : il Ponte di Galata era il posto dove si trovava la massima concentrazione di stupri e violenze carnali ambosessi di tutta la Terra.

E noi ci si andava tranquilli a piedi ogni sera per i migliori crostacei e pesci mai mangiati in tutto il mondo. Era probabilmente il sapore del pericolo, anche se inconsapevole. Altro che il brivido del “fugu”, il pericolosissimo pesce palla giapponese : qui si rischiava molto di più che non semplicemente morire tra atroci dolori. Qui si rischiava la verginità, quantomeno quella posteriore.

 

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Mario Bellino, mio padre, il 9 aprile 1957 mi dice :  Hai 18 anni, sei maggiorenne e vaccinato. Lavori, fai l’Università e vai a una scuola serale. Perciò se vuoi rimanere qui in casa, sei il benvenuto, però partecipi alle spese e rispetti le regole. Prima regola gli orari. Si cena alle 7.30 (alle 7 d’inverno).

La cena di casa mia era un mito nel mondo della pallacanestro giovanile di Milano.

 

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Seconda regola per il figlio 18enne maggiorenne-e-vaccinato è che si rientra in casa a mezzanotte.
Dopo cena puoi andare alla scuola serale, con la ragazza o con chi ti pare e dove ti pare, ma a mezzanotte devi essere a casa perché io la mattina mi alzo presto e perché tua madre (‘tua madre, non io !’) finché tu non rientri si preoccupa e non dorme.

Lui si alzava davvero molto presto : alle 7 era già nel suo ufficio di Direttore Sanitario del Policlinico, l’Ospedale Maggiore di via Francesco Sforza. Come Direttore avrebbe avuto diritto all’auto con l’autista sotto casa, però ci andava con i mezzi pubblici : prima il tram poi il bus.
Non aveva obbligo di orario però arrivava alle 7, così beccava quelli del turno di notte che se ne erano già andati e quelli del turno di mattina che non avevano ancora ‘preso servizio’. Lui infatti non “andava a lavorare” : ma “prendeva servizio”. A servizio dello Stato come Medico Provinciale per tutta la vita”; a servizio dell’Ospedale per il resto dei suoi giorni : si è sempre sentito al servizio della comunità.

Una notte feci tardi, era un bel po’ dopo mezzanotte. Apro il portone, prendo l’ascensore. La porta di casa è chiusa dall’interno. Sullo zerbino non c’era scritto “Benvenuto”  : c’era il mio pigiama, il dentifricio e lo spazzolino da denti (incartato per ragioni igieniche). Per fortuna l’Hotel Roxy di via Nino Bixio aveva un portiere di notte comprensivo e così non dormii sul pianerottolo. Dove peraltro non avrei potuto usare spazzolino e dentifricio, quindi il papà sistemando il pigiama di bucato mi aveva suggerito la soluzione per quella notte.

 

168

Un giorno, anni dopo, i miei sono al mare, Bruna la sorella è già sposata, la casa è tutta mia.
E’ pomeriggio e con Giovanna siamo sul mio letto, in intimità.

Si sente qualcuno che cerca di aprire da fuori la porta di casa. Panico.

Mi rivesto e mi fiondo alla porta. Giovanna in bagno.

Arrivo alla porta .. con l’aria più innocente del mondo, come se a metà Agosto e con il portone chiuso in strada e il portinaio in ferie, chissà chi potesse salire fino al 4° piano e tentare di aprire con le chiavi la porta di casa chiedo :

“Chi è ?”.

“ Siamo noi, apri”.

I miei hanno anticipato il ritorno.

Tiro su la zip dei pantaloni, allaccio in qualche modo la camicia. Apro la porta, ma li fermo all’ingresso.
Faccio in modo che non entrino, sottolineando il mio stupore.

Come mai siete qui ?

Ci siamo stufati .. siamo tornati prima …

Con la coda dell’occhio vedo di là Giovanna che esce dal bagno, vestita.
Mi sposto, li faccio entrare, aiuto con le valigie.

Arriva Giovanna : “Ah, vi presento Giovanna.
Giovanna, mia mamma e mio papà”.

“Piacere”, sussurra lei.
“Piacere”, dicono loro.

Loro vanno in camera, noi usciamo di casa rapidamente.
Né mio papà né mia mamma hanno mai più fatto il minimo cenno all’episodio.

Come se mai fosse successo. Grande grandissima classe.

 

169

Lavorando in General Film presi in affitto un pied-à-terre in via Anfossi. Molto carino al piano terra.
Un ingresso dal portone di via Anfossi 5 e un altro ingresso direttamente dal marciapiede. Un ampio soggiorno, cucina, bagno e su un soppalco un letto matrimoniale. Si pagava in società con Franco Levati, amministratore in General e il maestro Leo Chiosso, che abitava però a Torino. Quando ci andavo con Giovanna uscivo di casa con la borsa del basket. Dentro invece di maglia, pantaloncini, tuta, scarpe e asciugamano c’erano due lenzuola, due federe e asciugamani. Al ritorno la borsa conteneva gli stessi capi, usati. Mettevo tutto nella cesta della biancheria da lavare e per anni mia madre lavò e stirò tutto senza fare il minimo cenno alla misteriosa apparizione tra la biancheria di casa di lenzuola, federe e asciugamani non usati in casa.

Di nuovo, grande grandissima classe.

 

170

Noi che a calcio giocavamo nei campetti di erba. Maglioni e cartelle a fare da pali, la traversa mancava e i tiri alti, se il portiere non li prendeva,  erano oggetto di interminabili discussioni.
Nessuno di noi sapeva una parole di inglese però il fallo di mano era “Ens !” e il calcio d’angolo era “Corner”. Siccome il campo non era abbastanza largo per poter tirare dei calci d’angolo (angolo che peraltro non esisteva perché spesso coincideva da un lato con il bordo della strada asfaltata e dall’altro magari da un muro), vigeva la regola : “Tre corner, un rigore”.

Se proprio si doveva giocare in strada, più vicini a casa ma esposti al traffico, se capitava che passasse un’auto al grido “Macchinaaaaa!” il gioco si fermava, per riprendere subito dopo. Erano gli anni in cui la mamma ti diceva “Attento, che non passi una macchina !”. Una macchina !

Le squadra si facevano all’inizio : i due più bravi (i ‘capitani’) non potevano ovviamente giocare nella stessa squadra. Perciò facevano ‘pari o dispari’ .. quello dei due che vinceva sceglieva uno dal gruppo, l’altro sceglieva il secondo e così via.. alternando le scelte. Con questa geniale procedura, chiunque ci fosse in campo, ne uscivano due squadre abbastanza bilanciate e la partita era perciò divertente. Rarissimamente giocavano due squadre già affiatate.

Quei pochissimi che passavano la palla erano di gran lunga i preferiti nella scelta dei ‘capitani’.
Però i più erano “Venezia”. “Veneziano” era chi si intestardiva nel dribbling (parola a noi ignota, si diceva “scartare”) e alla fine perdeva la palla insultato a sangue dai compagni che, smarcatissimi, avrebbero segnato persino a occhi chiusi.
Le partite avevano una durata illimitata a meno che, purtroppo qualcuno avesse l’infelice idea di fare un fallo troppo duro o di negargli un rigore inesistente o di insultare il padrone del pallone.
In questo caso, piangente e offesissimo, lui diceva che non giocava più e si portava via il suo pallone. Praticamente però non succedeva quasi mai perché se davvero il padrone del pallone se ne fosse andato portandosi via il pallone, non avrebbe percorso, vivo, più che pochi passi.

 

Dai Salesiani il campo aveva della caratteristiche che potevano renderlo pericolosissimo per i 4-5 portieri (le partite si svolgevano in contemporanea su un unico campo in terra battuta nel cortile della ricreazione) e quindi in ogni porta c’era 4-5 portieri, ciascuno occupato a seguire il proprio
pallone e possibilmente a pararlo. Disinteressarsi dei pallone delle altre partite era però per i portieri pericolosissimo. Na parlo più distesamente a questo link :

http://www.francobellino.com/?p=4044

 

171

Ho circa 13-14 anni e abito a Varese in Piazza Monte Grappa al 6, palazzo dotato di Torre Littoria.

Finito di studiare, verso le 5 e mezzo non oltre, vado in bagno per sistemare con il fissatore l’onda dei capelli davanti. Un bell’effetto. Esco da solo a fare le vasche : i “Piccoli Portici” dove incontrerò

Carlo Guerrieri e Andrea Duranti. Si va fino a un cinema, da un lato e sull’altro lato fino a poco oltre l’accesso a destra verso san Vittore, dove c’è la tabaccheria di Pucci Galli.

Lì i portici continuerebbero, ma sono di zero interesse. Un certo periodo c’era una ragazzina che mi piaceva molto. Vista di spalle, quando camminava, sembrava danzasse. Infatti i capelli lunghi le ondeggiavano sulle spalle. Nel corso delle vasche facevo in modo di incontrarla, per caso, più e più volte. Ovviamente non ci si salutava né si osava sorriderci. Io però mi giravo a guardarla quando lei era passata oltre con le sue amiche; lei mai. Però gli sguardi tra noi due parlavano e scaldavano poi il cuore per ore e ore fino al giorno dopo, fino alle prossime vasche.

Lei però aveva un orario di rientro molto prima del mio. Prevedendolo, io – non più con gli amici, da solo – lasciavo i Piccoli Portici, risalivo veloce
su fin oltre ai Giardini Pubblici e poi facevo dietro-front e ritornavo verso Piazza Monte Grappa.
Così  – sempre per puro caso – avevo occasione di incontrarla un’ultima volta.

Ovviamente non ci si salutava e nemmeno si osava sorriderci. Però lei mi piaceva davvero tanto. Non ho mai nemmeno saputo come si chiamava perché poco dopo noi ci trasferimmo a Milano. Non posso dire però che lei sia stato il mio primo amore.

Ricordo che già all’asilo, che era vicino ad una grande caserma, in una piazza dove si teneva il mercato, mi piaceva molto una bambina con dei lunghi boccoli biondi. Mi piaceva così tanto che ogni giorno le regalavo volentieri la merenda che la mamma mi aveva messo nel cestino di vimini. Lei accettava sempre… sarà diventata una signora grassa. I suoi boccoli mi incantavano.

Nel mio piccolo io avevo due banane in testa. Di capelli biondi. Ho foto.

 

172

Mi fa nascere questi ricordi un’intervista a Paolo Villaggio che racconta della sua infanzia : “Non vi imbarazzava ballare ?”.«Mio fratello si metteva in un angolo con la faccia contro il muro.

Avevamo un macigno sul cuore. Aspettavamo che una di quelle ragazze, proprio quella a cui scrivevamo delle lettere che subito ripudiavamo, si avvicinasse a noi, ci prendesse per mano e ci portasse a ballare, senza chiederci niente, solo dicendoci : “Anch’io ti amo come tu mi ami e sono capace di fare un giro lungo per incrociarti lungo la via e fissarti un momento negli occhi, e magari di tornare anche indietro per incrociarti una seconda volta, e se ti vedo il cuore mi batte forte…”

Cose che abbiamo aspettato tutta la vita di sentirci dire.

 

173

Cappellino oceanico.

Ho nuotato con questo cappellino in testa in molti mari.

cappellino

Ovviamente Ligure, Tirreno (Sardegna, Sicilia, persino dentro la grotta Azzurra !), Ionio e Adriatico (Tremiti amatissime). Poi anche Mediterraneo : Grecia, Turchia, Egitto, Marocco, Spagna, Francia.
Oceano Atlantico (dal Portogallo a tutta la costa Est degli Stati Uniti,
compresi Key West a sud e Nantucket a Nord …
Oceano Pacifico : California, Messico, Perù, Brasile.
Polinesia (a Morea, Bora Bora, Tahiti e persino nell’allora inavvicinabile Tetiaroa, isola privata di Marlon Brando)  Giappone Osservato dai daini dell’isola di Kinkazan).
Oceano Indiano : India (dal Gujarat a Ovest all’Orissa a Est, Sri Lanka compresa). Indonesia : Thailandia, Cambogia, Giava, Sumatra, Sulawesi.

Mi manca, sempre sognata l’Isola di Pasqua e il surf delle Grandi Onde.
Ma lì credo non ci arriverò mai, per questo giro, nemmeno con il mitico cappellino.
O forse ci si tufferà lui, ma senza di me, temo.

 

174

1968 circa. Aeroporto di Calcinate del Pesce.
Voliamo in aliante.

Porta solo un passeggero : prima io, poi Giovanna.

Emozione profonda. Una scoperta : si pilota non ad occhio,
ma ad orecchio. Ogni minima variazione di assetto
si traduce in una notevole variazione di suono.

Immaginavo il volo in aliante come un librarsi nel cielo immersi nel silenzio. Non è così : il volo è tutto una sinfonia di suoni, a partire dal motore del piccolo aereo che ti porta in quota..
allo stacco traumatico – un parto ! – dal traino a motore ..
adesso sei solo, voli senza motore, voli come un uccello …

voli sul paesaggio, sul lago e voli ad orecchio.
Ad un certo punto il pilota, dietro di me mi dice :
Prendi in mano la cloche … Ce l’hai ? …

Ecco, senti …
(ma cosa fa ? sento che batte più volte le sue mani) ..
Io non tocco la cloche : stai pilotando tu !”.

Sono attimi di panico totale e di meravigliosa emozione :
io sto volando da solo : sono io che piloto.

Poi la magia finisce, adesso toccherà a Giovanna
(che allora non diceva come direbbe oggi “No, io no”).

Prima però si atterra letteralmente sulla pancia.

Sulla pancia non dell’aereo : la tua !

 

175

Noi che per certi voli (su Parigi per vedere le Alpi, su L.A. o San Francisco per vedere il Grand Canyon, su Tahiti per scoprire gli atolli e magari sorprendere Marlon Brando nudo a Tetiaroa, su Città del Guatemala per vedere Tikal dall’alto, ma anche sulla rotta polare per poter dirsi di aver sorvolato il Polo Nord) dovevamo avere un finestrino. Ma a quei tempi i posto in cabina non erano assegnati : chi arrivava per primo, se li prendeva. La tecnica era : fai il check-in e prendi la carta di imbarco … quando arriva il pulmino che ti porta all’aereo ritardi, ritardi fino a salire per ultimo … Giovanna a mani libere è proprio davanti alla porta perché è salita per ultima …io con i nostri bagagli a mano più dentro, posizionato per ostacolare la discesa di altri … … il pulmino parte, arriva sotto l’aereo, quando dalla scaletta danno all’autista l’OK per far scendere i passeggeri, Giovanna è la prima a scendere dal pulmino, la prima a salire sulla scaletta, la prima a scegliere i posti concordati (a destra se… a sinistra se….) Se possibile i posti a due, non a tre. Io invece posso sfoggiare signorile nonchalance, io non zampetto ridicolo verso la scaletta, anzi quando ci arrivo cedo con un sorriso il passo a signore ed anziani.

La nostra tecnica ha funzionato sempre, ma prima ancora che ci inventassimo questa tecnica, una volta ci andò ancora più di lusso.

 

176

1968. Dopo circa 6 settimane negli USA ci imbarchiamo per il volo New York-Milano. Non ci sono ancora i posti assegnati : si scende dal pulmino (la ‘manica’ ancora esisteva)… si corre alla scaletta, chi sale prima sceglie. Stavolta però c’è una signora che viaggia sola ed ha problemi, forse è cieca. Rinuncio alla corsa verso la scaletta e con Giovanna cerchiamo insieme di aiutarla. Ci riusciamo, la facciamo accomodare con calma, però quando finalmente cerchiamo dove sederci noi, i posti in “turistica” sono ormai tutti occupati.
La hostess che forse ci ha visto agire da buoni samaritani, ci invita a seguirla e ci mette in Prima Classe (maiuscola doverosa). Per la cena il coperto prevede tovaglia e tovaglioli bianchi, piatti di porcellana, bicchieri di cristallo. Con il pesce verseranno uno Chablis perfetto, poi con il tournedos un rosso ‘Chateau-qualcosa’ da sballo.

E il 5 agosto, nostro primo anniversario di nozze. Timidamente chiedo alla Hostess : “Si potrebbe avere una coppa di champagne ?”  Anniversario di nozze ?!? Arriva con i flutes ed una bottiglia ! Non saprei raccontare altro del resto del volo. So che ci svegliamo, o ci svegliano, quando l’aereo è già atterrato a Malpensa.

Dall’aeroporto prendiamo un taxi : Giovanna va direttamente in ufficio. Tutto calcolato al minuto : TWA partiva dal Kennedy la sera e arrivava a Malpensa verso le 8am.  Il nostro ritorno è programmato proprio per sfruttare la vacanza fino all’ultimissima ora. Giovanna dopo 6 settimane di assenza ci tiene ad arrivare in redazione puntuale; io invece che non ho problemi di orario (mai avuti, nemmeno al primo impiego!) andrò a casa con i bagagli. Arrivo a casa, dopo aver lasciato Giovanna alla Cino Del Duca e dopo dieci minuti, sto già dormendo, mi sveglia Giovanna. Cosa è successo ?
Dice Giovanna : Ho salutato la signora Sandra, la Direttrice.

La signora Sandra mi guarda e mi dice : “E tu ritorni così stanca dalle tue vacanze ???? Vai a casa e cerca di riposarti. Ci vediamo domani”.

In realtà Giovanna non era stanca : era che Chablis e poi
Chateau e poi un’intera bottiglia di Champagne lasciano il segno :
un bellissimo segno.

Mai una piccola buona azione ebbe più grande ricompensa.

 

177

Noi che abbiamo pianto quando a san Francisco ci hanno portato in tavola un fiasco di vino rosso.
E’ Chianti e mentre lo verso alzo gli occhi e vedo Giovanna che piange. Piange di commozione, piange di felicità, piange di nostalgia.

Piange perché siamo in viaggio da 6 settimane. Settimane stupende : New York … Buffalo .. le cascate del Niagara .. Denver ..VW a nolo e via attraverso Utah (gli Allred a Logan, gli Arrington a Salt Lake).. Yellowstone …poi si entra in un film western di John Ford, ma anche nelle avventure di Tex Willer : .. Bryce Canyon  .. Zion Canyon … :.. il Grand Canyon .. la discesa sui muli .. il volo ‘dentro’ il Canyon’ .. l’isola verde e infelice degli Havusapai che vivono tra fiori e cascate proprio sul fondo del Canyon … Las Vegas .. Taos .. gli Hopi che ci ospitano … le rapide sul canotto nel Glenn Canyon .. il vertiginoso villaggio pensile del Cliff Palace, scavato in una parete a picco,… … poi il Nevada .. Las Vegas .. San Francisco. La prima sera si va ad un ristorantino italiano…  chiediamo, in inglese, of course : “ Si potrebbe avere vino ?”
Por supuesto ! ¿ Vino blanco o vino tinto ? rispondono in spagnolo. E’ normale : in California agli italiani parlano in spagnolo. Agli spagnoli, non so.

Arriva in tavola il classico fiasco impagliato : piccolino, ma vero.

 

Sono settimane che si pranza e si cena a Coca Cola. Sono settimane che si inizia la giornata con una prima colazione composta da un’enorme bistecca al sangue, con sopra spiaccicato un uovo all’occhio di bue (‘Raw Bismarck Steak’), tutto intorno patatine fritte e una brodaglia nera che sembra sciacquatura di piatti, ma che loro chiamano “Cafè”.  Se proprio appena sveglio non reggi la bistecca con sopra l’uovo fritto, puoi  salvarti con dosi letali di scrambled eggs : uova strapazzatissime, peraltro morbide e buonissime sul pane tostato e tiepido. E’ il French toast, inzuppato in uova sbattute e in seguito fritto.

Dopo sei settimane così, l’apparizione di quel fiasco di vino produce un effetto imprevedibile e commovente. Giovanna piange.

 

178

Noi che per risparmiare si faceva lo squillo. No, non “la squillo” : LO squillo. Prima di partire per viaggio in Paesi molto lontani (Giappone, Sulawesi, Perù, ma anche Egitto o USA), Paesi dai quali telefonare sarebbe costato una cifra e ormai il telegramma non usava più (vedi ricordo 157) si concordava con le famiglie un codice segreto : avremmo chiamato noi, ad un’ora concordata, ma noi non avremmo parlato e le famiglie non avrebbero risposto.  Noi chiamavano, quando il telefono cominciava a suonare, partiva il messaggio. Uno squillo e riattacchiamo = tutto bene. Due squilli ? Salute bene, mancano soldi Tre squilli : abbiamo un problema. Tra poco noi richiamiamo con telefonata a carico del destinatario, e voi accettate la chiamata e la pagate voi.

 

179

Noi che abbiamo volato in aereo DENTRO il Grand Canyon : non “sopra” : “dentro” ! Cosa allora pericolosissima e da anni vietatissima.

vedi anche Quaderno Azzurro

pagg. 122,123,128 e a p. 228 il testo qui sotto , là con immagini

 

Volo dentro il Grand Canyon – diario in diretta la sera del volo.

Diari di viaggio n. 9 4° foglio forse 20 luglio 1969

 

Sveglia presto .. viaggio e colpo di nervi … Grand Canyon  deludente .. Watchtower interessante .. anche le rovine poco oltre.. gli Indiani ci salvano .. quello che ci salva poi del tutto è la paura di morire..

Volo indescrivibile, un’emozione che dopo lascia stremati e stupiti come quando si fa l’amore..
muove qualcosa dentro (non solo metaforicamente!)

Ci si alza, bassi sugli alberi e si balla notevolmente.. poi ci si avvicina decisi verso il baratro immane, verso il tuffo …  ecco .. ci siamo !
Sotto di noi si apre il vuoto e incomincia una serie di emozioni, di virate, di torri che si alzano minacciose, di gole prese di infilata con le ali che sembrano sfiorare.. macché ‘sembrano ! sfiorano! le pareti a picco ..

ecco il fiume sotto di noi, verde intenso con le anse e le rapide candide … poi il Tempio del Santo Graal sembra il tetto di una piramide Maya .. .. poi il Monte Sinai, poi splendide cascate, viste in successione..

picchiate mozzafiato, prima da un lato poi dall’altro …  una cascata splendida che forma sotto un ampio lago  (“Più alta delle cascata del Niagara!”, dice il pilota)

… poi un’altra strettissima fenditura da cui appare una cascata nascosta.. poi il villaggio degli Indiani Havusapai, preannunciato da campi coltivati… poi i capannoni,

… alberi verdi lungo il letto asciutto di un canyon ..  si gira intorno al villaggio (che da secoli vive e sopravvive sul fondo di un canyon a cui si arriva calandosi con delle corde nei punti più ripidi)
e si ha veramente la sensazione di scoprire Shangri-La …

poi ci allontaniamo da questo misterioso villaggio che ti lascia dentro una strana curiosità e uno strano stupore…  .. altre pareti sfiorate e altri vertiginosi abissi sotto … lontano il cielo è nuvoloso,
ma il pilota e l’anziano passeggero di colore chiacchierano allegramente ..

Giovanna no : più volte G ha criticato la disattenzione del pilota e le sue eccessive acrobazie e la raffica dei ‘clic’ del turista anziano .. Anch’io sono, calmo, ma come in preda a un’emozione più forte di me …

mi sembra grandioso che l’uomo possa a arrivare a provare emozioni simili ..

mi sembra che anche se dovessimo morirci, ne sarebbe valsa la pena … ..

mi sento estenuato e felice come dopo aver amato la Giovanna …

il nero (che adesso però non è più nero : è verde!) no : lui appena a terra corre a pagarsi il biglietto per il prossimo volo e ripartire subito … salutandoci ci dice :
“Se non lo faccio adesso, non lo farò mai più !”.

Noi, che siamo della razza di coloro che rimangono a terra, passeggiamo indecisi e mangiamo qualcosa come naufraghi giunti ad una terra non mai disperata, ma certo sentita molto molto lontana (credo che in queste stesse ore l’Uomo stesse arrivando sulla Luna  : 21 Luglio 1969). Dall’automobile al letto per riacquistare una dimensione più abituale.

 

180

Io che meglio il cellulare, piuttosto che il cellulare !

Meglio il cellulare su ruote – furgone della Polizia Penitenziaria per il trasporto dei detenuti – piuttosto che il cellulare telefonico.

Io che detesto talmente il cellulare che quando suona, se c’è qualcuno vicino a me, guardo quella persona e le dico : “E’ il tuo !”. Rinnego persino l’idea di avere un cellulare, che per di più si permette di suonare.

Io che detesto talmente il cellulare che, non so come mai, non ce l’ho mai a portata di mano.
Se sono fuori, l’ho lasciato a casa. Se sono in casa, non so dov’è. Lui suona e io giro come uno zombi per casa cercando di rintracciarlo.

A volte lo trovo che sta ancora suonando, però appena mi vede, lui smette immediatamente di suonare. Per anni facendo così mi ha fregato. Poi però io ho imparato a rintracciare l’ultima chiamata : è sempre “Sospetto spam”.

Se per molte ore o per qualche giorno non trovo il mio cellulare
adesso so come fregarlo : lo chiamo dal mio telefono fisso.
A quel punto lui non può rifiutarsi di suonare e io corro alla tana :
“Un due tre … toppa cellulare !”. Fregato.

A volte chiamarlo dal fisso non funziona perché ho messo il silenziatore al mio cellulare.\
Lo silenziavo anni fa, quando ancora si andava al Cinema e a Teatro. Lo silenzio adesso perché a notte o nel bel mezzo della siesta pomeridiana lui all’improvviso fa dei suoni, come dei trilli irridenti, che non sono chiamate, non sono WA, non sono messaggi, non si sa cosa sono, ma si sa che ti svegliano.

Ho imparato a mettergli il silenziatore. Vado su “Impostazioni”, scelgo “Silenzioso” sotto ‘Suoni e Vibrazioni’ A volte so fare anche “Non disturbare” e sto sereno, come Letta anche senza la campanellina in mano..

Sereno : per qualche ora ? No, sereno e incosciente per qualche giorno, perché poi regolarmente mi dimentico di riattivare il suono. A quel punto nemmeno il trucco di chiamarmi dal fisso mi permette più di rintracciare il cellulare ammutolito.

Io che detesto talmente il cellulare che una volta mi è scappato di mano (il suo avvocato, i cellulari hanno anche l’app “Avvocato”, sostiene che non mi è ‘scappato’ per niente : sono proprio io che l’ho lasciato cadere) ed è finito in Canal Grande. E’ successo al pontile di “Rialto Mercato” (il pontile dove per sbaglio scendono tutti i turisti diretti invece a “Rialto”. La scritta perfidamente ambigua li inganna : leggono sul pontile  ‘Rialto’,
loro devono andare a ‘Rialto’ e scendono a ‘Rialto Mercato’ che però non è ‘Rialto’.

Così dopo aver pagato una cifra pazzesca per il tragitto in vaporetto, i disgraziati devono scalare con tutti i loro pesantissimi bagagli i 120 gradini del Ponte di Rialto, per arrivare dove sarebbero comodamente potuti arrivare col vaporetto se soltanto la fermata precedente non fosse così perfidamente ambigua.

I veneziani devono avere un cotè sadico. Lo stesso giochino di far scendere al pontile sbagliato i ‘foresti’ dal vaporetto, lo fanno anche alla Stazione di Mestre. Lì gli annunci vocali sul treno ed enormi cartelloni mentre il treno rallenta annunciano “ VENEZIA – MESTRE”.

I turisti devono andare a Venezia, vedono Venezia e gli stranieri pensano di essere a Venezia e scendono dal treno. Spesso per risalire di ricnorsa, ma a volte no.  Poi quando il treno è partito, scoprono che no, loro sono scesi a Mestre, Venezia sarebbe stata la fermata dopo.

Non sarebbe più semplice chiamare “Mestre” la stazione di “Mestre” e “Venezia” la stazione di Venezia ? Stazione che peraltro il veneziano non chiama “Stazione”, ma “Ferrovia” ?

Sì, e allora il divertimento ?

Quale sarebbe il problema se il nome sul pontile fosse “MERCATO” e il nome della stazione “MESTRE” ?

Lo chiedo perché c’è sempre chi per ogni soluzione trova un problema.?

 

Torno al cellulare : sono al pontile di “Rialto Mercato” con il carrello della spesa e in mano il tesserino da vidimare e il cellulare. Urto la macchinetta e il cellulare cade : sul pontile ? No, si tuffa in acqua. E il Canal Grande è profondo, ma lui non sprofonda : la carogna galleggia. Fingo disperazione, Giovanna invece è realmente disperata.

Per fortuna le onde prodotte dal passaggio di motoscafi e vaporetti allontanano sempre più il naufrago dalla riva … è ormai praticamente in mezzo al Canal Grande. Non ti arriva un gentilissimo gondoliere, che avendo assistito alla scena, non si preoccupa di caricare i turisti, si stacca dal pontile, voga fino in mezzo al Canale e me lo recupera ?

Credo di non averlo nemmeno ringraziato, il gondoliere.  E il cellulare ? Appena asciugato, funziona.

Funziona ancora oggi ! Lo fotograferei, ma primo non so dov’è il cellulare e secondo non so come può fare un cellulare a farsi un selfie.

 

 

181

Noi che (pluralis maiestatis) abbiamo avuto l’idea per fregare l’Alzheimer di scrivere finché ancora li abbiamo i nostri ricordi di infanzia, di gioventù e soprattutto di amore. Così quando l’Alzheimer sarebbe arrivato, io avrei avuto qualche anima buona che mi avrebbe letto i miei ricordi. Forse ascoltarli in quella malinconia di solitudine e silenzio potrà risvegliare nell’io smemorato qualche emozione.

 

Non faccio nemmeno in tempo a pubblicare qui la mia idea, che ti scopro che l’hanno già copiata. Ci ha scritto un libro Nicholas Sparks  nel 1994, poi ci hanno fatto tre film, il più noto “The notebook” di Cassavetes jr (figlio del grande) nel 2004.

Il libro e il film sono una grande storia d’amore.

Lei e lui si amano, si lasciano, si ritrovano, si perdono e alla fine si addormentano abbracciati. La mattina dopo l’infermiera li trova morti, ma ancora abbracciati.

Nessuno dei due dovrà soffrire per aver perso l’altro; tutti e due sono morti felici, facendo l’amore o comunque amandosi. La sogno anch’io una fine così.

All’inizio lui (cioè, io) dice :

Non sono una persona speciale. Sono un uomo normale con pensieri normali e ho vissuto una vita normale. Il mio nome presto sarà dimenticato, ma in una cosa sono riuscito in maniera assolutamente eccezionale: ho amato una donna con tutto il cuore e tutta l’anima. E per me questo è sempre stato sufficiente.

In realtà quando Sparks ha scritto il libro, nel 1994, pubblicato poi nel ’96, io avevo 55 anni e alla possibilità di avere un giorno l’Alzheimer non ci pensavo proprio..

Alzheimer non sapevo ancora cosa fosse. Poi l’ho scoperto a mie onerose e penose spese come ‘care giver’ ed è un’esperienza che non si dimentica. In quegli anni invece allora per me Alzheimer poteva essere un centrocampista tedesco, come Beckenbauer. Anche meglio.

Come nel libro, come nel film, le prima parole scritte sul diario sono :

 

“Tu leggi queste pagine e io ritornerò da te.”

Confermo e sottoscrivo. E spero davvero che un giorno lei – l’unica “Lei” della mia vita – mi legga queste pagine e mi risvegli emozioni che, se anche allora io non lo ricorderò, abbiamo però vissuto insieme. E insieme, magari abbracciandoci, potremo ancora una volta vivere.

 

(Fine ? No : Continua !)

 

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