Sentire Messa o Servire Messa. C’è una bella differenza. E anche buona !

 

dopo-titolo

 

“Sentire Messa” era obbligatorio, “Servire Messa” era optional. E offriva notevoli vantaggi.
Avevo soltanto 9 anni e alle Medie dell’Istituto “A.T.Maroni”, ossia “i Salesiani” di Varese …

ingresso

… ero il più piccolo di tutti perché avevo fatto la prima elementare da privato, a 5 anni.
Essendo nato in Aprile, a quel tempo o perdevi un anno andando in prima a settembre, o ne guadagnavi uno facendo la prima un anno prima. Meglio guadagnarlo.
Avevo soltanto 9 anni, ma capii subito che la Messa anziché seguirla dagli scomodi banchi di legno come spettator
era meglio interpretarla come co-protagonista sull’altare.

Diario semiserio di un chierichetto di 81 anni.

Servire Messa (in Latino, of course) ti offriva notevoli vantaggi.

Intanto potevi arrivare in classe anche una mezz’ora dopo l’inizio delle lezioni perché avevi dovuto trattenerti in Sacrestia.
Ma soprattutto servire Messa ti dava diritto, a cerimonia terminata e panni rituali svestiti, a un caffè-e-latte zuccheratissimo
e a una tiepida e soffice ‘veneziana’, ricoperta da granelli di zucchero …

 

veneziana

 

.. che gustavi con calma non nel rumoroso Refettorio, ma nell’intimità della Sacrestia.

Caffè-e-latte e ‘veneziana’ erano era la ricompensa canonica e ufficiale, però il chierichetto aveva anche il tacito permesso
(o forse non l’ha mai avuto, però mi sono sempre comportato come se) di scolarsi furtivamente il vino rimasto nell’ampollina usata per il riempimento del calice.
Durante il rito l’avveduto chierichetto, ignorando le occhiate furibonde dell’Officiante, stava ben attento ad abbondare con l’acqua
e invece a centellinare il vino nel calice così che a fine Messa nell’apposita ampollina (l’altra era per l’acqua) ne rimanesse un sorso decente.

 

ampolline

 

Il servizio del chierichetto (e sottolineo “chierichetto” perché mai un chierichetto avrebbe accettato di essere chiamato, come usa oggi, “ministrante”)
prevedeva vari compiti :

ovviamente dall’inizio alla fine della Messa rispondere in latino al dialogo con il sacerdote
perché in quei tempi i fedeli aprivano bocca soltanto per cantare, se a ciò invitati.

 

altare
Assolutamente mai si sarebbe allora pensato che un giorno la Messa sarebbe stata non solo dialogata in italiano con i fedeli,
ma addirittura accompagnata da canti profani in italiano di teenagers con chitarra.

Compito del chierichetto poi era porgere il ‘cartagloria’ con l’Epistola …

 

cantagloria

 

… e subito dopo spostare il leggio con il Vangelo da destra a sinistra dell’officiante (in gergo spostare il Messale dal “Cornu Epistolae” al “Cornu Evangelii”,
mai saputo perché chiamare “corno” un lato dell’altare).

Trasportare da destra a sinistra (compresa profonda genuflessione, passando al centro dell’altare davanti al tabernacolo) il pesante leggìo
che reggeva il pesante Messale rilegato in cuoio rosso richiedeva doti atletiche e acrobatiche.

 

messale-e-leggio
La genuflessione in questione era un esercizio piuttosto complicato per un bambino di 9-10 anni, impacciato da una lunga tunica
su cui era facile inciampare salendo e scendendo i gradini dell’altare, e gravato da almeno 7-8 chili di leggio e librone in equilibrio precario sulle manine.

Il “primo chierichetto”, se erano in due, o l’unico chierichetto, se officiava in singolo, doveva poi gestire
il vassoio d’argento con le due ampolline, una con l’acqua e una col vino …

con-ampolline
.. versare solo l’acqua e non il vino sulle mani accostate a coppa che il sacerdote porgeva verso di lui per la lavanda delle mani (“lavabo”) …

 

lavanda
… e subito dopo porgergli la piccola candida salvietta (in gergo ‘manutergio’) ancora piegata e posata sull’avambraccio sinistro.
Con essa il sacerdote si stropicciava le punta delle dita e la lasciava cadere poi sul vassoio (non saprei dire dove nel frattempo fossero finite le ampolline :
non potevano più essere sul vassoio dove cadeva la salvietta, forse rimanevano sul bordo dell’altare, perché di lì a poco sarebbero di nuovo state utilizzate).

Superati questi esercizi preliminari, arrivava il momento più bello di tutta la Messa :

 

campanello

 

 

… tre scrollate di campanello in sincrono con la voce del sacerdote che per tre volte diceva : “Sanctus”.
Il chierichetto doveva stare molto attento a cogliere al volo le ultime parole, per non scampanellare in ritardo sulla voce del Sacerdote.
Le parole-segnale per agire con il campanello erano proprio queste e le ricordo molto bene persino oggi :
… súpplici confessióne dicéntes : … “.

Poi una scampanellata sola all’elevazione dell’Ostia …

sanctus
.. una sola all’elevazione del Calice …. e infine dopo lo “Hosánna in excélsis”, una scampanellata lunga, ma lunga per davvero,
che durava fino a che il Sacerdote non si girava a fulminarti con una occhiataccia, che valeva quanto una scomunica
(anatema solenne contenente originariamente la maledizione dello scomunicato).

A volte lo strumento rituale era un semplice campanello di bronzo.

Ma io ricordo benissimo uno stupendo strumento di argento, con un manico arabescato e ben 4 (quattro !) campanelli diversi
che opportunamente e vigorosamente ruotati riempivano la navata con una cascata di trilli. Libidine pura.

 

campanello-4
Suonare il campanello a distesa era per il chierichetto il momento più emozionante del rito
a meno che non fosse poi prevista dopo la Messa una Benedizione con l’incenso.

Più eccitante ancora dello scampanellare era infatti la gestione delle fumigazioni di incenso.
In gergo il chierichetto diventava turiferario”, nessuno di noi però seppe mai allora di essere un “turiferario”.

 

turibolo

 

Si iniziava con il porgere all’Officiante il pesante turibolo d’argento, sollevandone il coperchio che scorreva lungo delle catenelle.
Lui aveva in mano una navicella d’argento che sembrava piena di cristalli di zucchero di canna. Non era zucchero, però : era incenso liturgico in grani.
Con un piccolissimo cucchiaino d’argento il sacerdote prelevava alcuni granelli di incenso e li metteva nel turibolo che io gli porgevo aperto.

 

chier-con-turibolo-ride

 

Poi – con o senza coperchio – il chierichetto era autorizzato a dondolare il turibolo per farne uscite fumate profumate
(qualcuno aveva dato fuoco all’incenso, ma onestamente non ricordo a chi spettasse questo compito : forse il fuoco era già acceso come brace sul fondo del turibolo).

L’uso canonico del turibolo prevedeva solo due movimenti : uno, farlo oscillare con la mano destra da destra a sinistra
quando si stava fermi, in piedi o in ginocchio (già più complicato) e due, dondolarlo avanti e indietro quando si camminava.

Due movimenti banali, scarsa soddisfazione, gesto efficace ma poco emozionante.

Senza autorizzazione e a rischio di scomunica, il chierichetto poteva anche alternare ai banali destra-sinistra o avanti-indietro delle variazioni su tema.

Poteva esibirsi in vorticose rotazioni del turibolo che provocavano giustificata preoccupazione nei fedeli seduti nelle prime file della chiesa.

Facevi così : con le catenelle a lunghezza massima accentuavi progressivamente l’arco dell’altalena fino al momento in cui il turibolo arrivava davanti a te così in alto che non poteva più ricadere indietro e … faceva una completa rotazione.
I piloti del volo acrobatico (a Varese era famoso Guido Carestiato, Maresciallo e Medaglia d’argento al valor militare,
pilota solista della Pattuglia Acrobatica Italiana ai Giochi Olimpici del 1936 a Berlino)
questa rotazione la chiamano “looping” :

 

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.. invece noi chierichetti, ancora digiuni di inglese, in Sacrestia lo chiamavamo “il giro della morte”.
Come tale era pericoloso e severamente vietato. Pertanto ancora più desiderabile ed emozionante.

Arrischiato il primo giro, se proprio uno voleva strafare poteva proseguire a suo rischio e pericolo.
Gli altri giri venivano facilmente tutti di seguito, ma nessuno poteva garantire che il coperchio avrebbe tenuto
e che i granelli incandescenti non si sarebbe sparsi ai piedi dell’altare o sulle prime file dei fedeli.

(Nota di redazione. Mentre per le acrobazie dei piloti di aerei è stato facile trovare in Rete immagini;
per le acrobazie dei chierichetti, bruciate sul rogo le eventuali improbabili fotografie,
si dispone perciò soltanto di alcuni infantili disegni :

 

rotazione-2-turibolo

 

 

A Varese gli assidui fedeli dei primi banchi, ma anche gli ‘imboscati’ degli ultimi banchi della cappella dei Salesiani, ancora ricordano (ne sono sicuro) le acrobazie con il turibolo dell’incenso che sapevo roteare meglio di un lanciatore di martello all’interno della sua gabbia regolamentare …

 

rotazione-1gabbia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pochi chierichetti osavano tanto; al massimo si azzardavano a tentare il ‘giro della morte’ in Sacrestia,
durante la vestizione e in assenza del sacerdote.
Ma con il turibolo ancora vuoto della brace ardente, senza l’adrenalina della presenza sacerdotale e del rischio di scomunica (“solenne” per di più), il gesto sapeva di poco.

Girava una voce, forse una fake new (benché allora non le avessero ancora inventate), forse una leggenda metropolitana, forse una parabola ammonitrice :
di un chierichetto che aveva osato tentare “il giro della morte” durante la funzione, spargendo però ingloriosamente dappertutto
granelli di incenso incandescenti, non si erano mai più trovate tracce in Sacrestia. Nè altrove.
Il chierichetto che servendo messa osava tali acrobazie e ci riusciva, saliva di diritto alla gloria degli altari. Altari profani certo,
perché godeva poi presso i compagni di classe e i confratelli tutti di un’ammirazione forse persino superiore
a quella riservata ai migliori giocatori di pallone o di ping pong.

L’ammirazione degli allievi, interni ed esterni, per il chierichetto che osava con il turibolo dell’incenso il “giro della morte”
non era certo dovuta a spirito di devozione, ma ad una semplice concreta considerazione :
tutti potevano giocare a calcio, ma servire messa in latino non era davvero da tutti.
E solo chi serviva messa aveva l’opportunità di esibirsi con il turibolo !

Dai Salesiani per esempio in quegli anni chierichetti di ruolo veramente bravi eravamo soltanto in due
(sì, poi c’erano i novizi e i seminaristi, ma con loro non vale).

 

san-vittore

 

Eravamo così bravi che fummo persino convocati per servire nella Basilica di san Vittore,
per esempio quando veniva da Milano per cresimare l’ascetico cardinale e arcivescovo, oggi Beato, Alfredo Ildefonso Schuster.

In occasione di un pellegrinaggio alla Basilica di santa Teresa di Lisieux ebbi l’onore di servire la Messa all’altare maggiore del Santuario.

Fui scelto con grande scorno e invidia per i chierichetti del posto, incapaci ovviamente in quanto francofoni
anche soltanto di eguagliare la mia pronuncia del latino canonico. In trasferta però, devo confessarlo,
mi astenni religiosamente dal compiere le abituali e acrobatiche evoluzioni di turibolo.

Non so come mai mi trovassi a Lisieux, perché mi sembra oggi improbabile un pellegrinaggio da Varese a Lisieux,
mentre mitico rimane il viaggio dei Salesiani da Varese a Roma per il Giubileo dell’Anno Santo 1950
e la beatificazione di Domenico Savio (5 Marzo 1950).

 

roma-1roma-2roma-3

 

 

 

 

 

 

 

 

Il viaggio durò sei-sette giorni in pullman. Scoprii Firenze, mi innamorai così tanto di Siena, che appena possibile
ci andai a vivere in Piazza del Campo e fui battezzato in Fontebranda nella Nobile Contrada dell’Oca,
scoprii la maestà di Roma, l’immenso San Pietro dove noi varesini avevamo un posto in prima fila alle transenne,
l’ascetico Pio XII che attraversa in alto sulla sedia gestatoria la navata per santificare un ragazzino
vissuto merno di 15 anni e allievo come tutti noi dei Salesiani.
Il rientro a Varese rivelò al padre medico che il figlio undicenne non era andato di corpo per tutti i sei-sette giorni della durata del viaggio.
Tale era la mia devozione per il bagno di casa !

Ormai però il tempo delle mele volgeva al tramonto.
Dopo le tre Medie si apriva all’orizzonte l’emozione della convivenza a pochi centimetri di distanza
in una stessa aula con le ragazze perché il “Cairoli”, Liceo Classico di Varese, prevedeva le classi miste.

Poco più lontano la Palestra dei Pompieri

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seduceva con il canto delle Sirene della “Leva del ’39” per diventare allievi e giocatori della ‘Pallacanestro Varese’.
Tentazioni entrambe irresistibili.

Due nomi riempirono i sogni dell’ex-primo-chierichetto : Borellini e Tracuzzi.
Mariolina Borellini, la bellissima figlia del farmacista di Busto Arsizio, cosi vicina a me ogni mattina nell’appello (Bellino .. Borellini),
così lontana in aula (tre banchi più avanti a sinistra, verso la finestra), così irraggiungibile durante i pochi minuti della ricreazione.
In due anni (4°e 5° ginnasio) non ho mai rivolto la parola al mio secondo (il primo fu un fanciulla dai boccoli biondi all’asilo) grande e segreto amore.
Vittorio Tracuzzi, con lui fui certo più intraprendente e mi feci valere come “play” sotto i canestri
molto più che non come ‘don Giovanni’ nel cortile della ricreazioneal Ginnasio.

 

tracuzzi

 

Tracuzzi era giocatore accanito di poker a tempo pieno e asso del basket, regista supremo in campo, feroce picchiatore dei ‘bauscia’ milanesi del Borletti
e implacabile distributore di pallonate in faccia agli allievi meno attenti (mai a me, però) nella sua unica apparizione di coach.
Tunica nera, cotta di pizzo, scampanellate a distesa e turibolo ruotante furono subito impietosamente dimenticati.
Misteriosamente riappaiono oggi, dopo più di 72 anni, dimenticato ormai il tempo delle mele
e sempre più prossimo al tramonto il tempo dei fichi secchi.
A questa età e in questi giorni di Covid più che mai “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”.

 

Nota Bene o Confiteor

E’ evidente e voglio comunque sottolineare che questa sorridente descrizione dei miei anni di “primo chierichetto”-
costruita sui ricordi che può avere un ultraottantenne di eventi che risalgono a più di 72 anni fa -
è soltanto una irriverente interpretazione di quello che per i tre anni delle Medie fu invece un mio comportamento assolutamente devoto e appassionato.
Mi diverto oggi ad “inventare” (e sottolineo “inventare”) una lettura irriverente che certo mai mi sarebbe passata per la testa in quegli anni.
Comunque se qualcuno si sentisse turbato o offeso da questa mia lettura del ruolo del chierichetto o ‘ministrante’,
mi impegno ad immediatamente correggere le parti troppo scherzose di questa mia rievocazione.

Lo confesso : cerco sempre di aggiungere ad ogni mio scritto un pizzico di auto-ironia.
Lo faccio perché cerco sempre di offrire a chi mi legge l’occasione di un sorriso. E anche questo me l’hanno insegnato i Salesiani.
Ecco il primo e più importante consiglio di san Giovanni Bosco a Domenico Savio : “Allegria !”.

Andò così : un giorno don Giovanni Bosco disse ai ragazzi della sua parrocchia di scrivere su un bigliettino quello che volevano.

Domenico Savio scrisse : “Aiutami a diventare santo”.

Don Bosco gli rispose con i “3 segreti della santità” :

  1. Allegria,
  2. Impegno nello studio e nella preghiera,
  3. Fare del bene.

Di questi segreti della santità che prima ancora sono consigli di vita,
il primo e più importante è sempre stato per me (molti anni prima che diventasse il commiato di Mike Bongiorno) : “Allegria !”

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Post Scriptum

A proposito di spettacolari evoluzioni con il turibolo è imperdibile questo video :

https://www.youtube.com/watch?v=eF-YJShKhzQ

del Turibolo volante di Santiago di Compostela. In Galizia si chiama “Botofumeiro” (lancia fumata di incenso) e nacque quasi mille anni fa.

santiago-1santiago-2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il gigantesco turibolo volante aveva lo scopo non soltanto di celebrare il Signore, ma anche di coprire con l’incenso
l’odore delle centinaia di pellegrini che affollavano la cattedrale e che spesso (faute d’argent) ci avevano anche pernottato.
Durante le settimane per arrivare da tutta Europa a piedi a Santiago i pellegrini non avevano certo trovato le Spa lungo il “Camino”
e nemmeno c’erano i doppi servizi in Cattedrale. L’incenso in dosi faraoniche era perciò indispensabile
per assicurare la sopravvivenza se non dei pellegrini, ormai vaccinati ad ogni odore, almeno del clero officiante.

 

Hanno pensato di imitare lo spettacolo anche a Cava de’ Tirreni (Salerno) nel Santuario di san Francesco e sant’Antonio,

https://www.youtube.com/watch?v=RYqaeWc7myM

con un turibolo costruito per essere appena appena più grande dell’originale di Santiago, alto un metro e 60 per battere il metro e 50 dell’originale spagnolo.
L’iniziativa ha provocato però feroci e indignate reazioni dei Galiziani inventori del rito.
In Italia altri turiboli XXXL (extra-extra-large), però molto meno famosi dell’originale
e non così ardui da conquistare quanto lo è percorrere a piedi il ‘Cammino di Santiago de Compostela’,
si trovano a Borsano di Busto Arsizio (Varese) e a Casei Gerola (Pavia).

Il ‘turibolone’ originale di Santiago de Compostela è un immenso incensario.
Pesa 53 chili e quando è carico di carbone e incenso supera i 100 kg di peso.
Ci vogliono otto specialisti o tiraboleiros per farlo dondolare avanti e indietro (columpiarlo) all’interno della cattedrale.
Sospeso a 20 metri di altezza raggiunge una velocità di 68 km/h.

 

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A questa altezza, con questo peso e a questa folle velocità non è più questione di “giro della morte del turibolo” eseguito da un chierichetto irriverente;
qui se qualcosa va storto siamo alla strage di fedeli e alla fulminea creazione di schiere di martiri. Santi subito. Anche no.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4 Responses to “Sentire Messa o Servire Messa. C’è una bella differenza. E anche buona !”

  1. Un carissimo amico, docente universitario, uomo di fede profonda,
    genitore capace di far vivere la Messa alle sue figlie in modo creativo e sinceramente religioso,
    mi scrive :

    Ciao Franco,
    ho letto e riletto il racconto : è divertente e trovo anche delicata la tua preoccupazione di dire che non vuoi offendere nessuno.
    Peraltro la Chiesa (almeno nel rituale) è molto cambiata: è interessante il tuo testo perché parli di qualcosa
    che non si vede quasi più (e direi che per molti versi è meglio così).
    Io però non ho mai fatto il chierichetto, né sono mai andato all’oratorio negli anni tipici.
    Ho fatto solo il “minimo sindacale” per ricevere i sacramenti.
    Poi alle superiori, per un incontro fortuito con un compagno di classe,
    ho conosciuto e aderito a un movimento di educazione alla fede (e alla ragione)
    (con grande timore dei miei perché in quegli anni
    quelli di quel movimento le prendevano dai rossi e dai neri).
    Rimanendo nel rituale della Messa mi ha sempre colpito questo fatto :
    ripetendo quanto raccontato dell’Ultima Cena, si offrono il pane e il vino.
    Pane e vino sono “frutto della terra e del lavoro delle nostre mani”,
    sono cioè quanto noi facciamo tutti i giorni. E il pane e il vino,
    frutto della terra e del lavoro delle nostre mani, diventano il corpo di Cristo.
    Pane e vino si “sacrificano” : “diventano sacri” nel vero senso della parola.
    Per farlo intuire alle mie figlie, e per tenerle buone durante la messa, le facevo disegnare.
    Poi alla fine portavamo i disegni delle bambine al sacerdote, dicendo che quella era l’opera delle loro mani.
    Anche le piccoline, a modo loro, avevano santificato la festa e vissuto la Messa.

  2. Carla says:

    Grazie dello scritto delizioso, ironico e allegro che mi hai inviato.
    Mi vien da ridere quando penso al turibolo che veniva fatto piroettare dai chierichetti ( tra cui mio fratello).
    Mia nonna Maria mi obbligava a stare nelle prime file, come era normale nelle celebrazioni,
    e se la funzione era di prima mattina, quindi digiuna, io regolarmente mi sentivo male e svenivo perché sono allergica all’ incenso.
    Mia nonna comunque continuava a portarmi a Messa !
    E oggi ricordo quel rigore e quel vivere come un grande esempio di vita e di amore per le regole che ci hanno aiutato a crescere !
    Grazie Franco !

  3. Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare.
    Se qualcuno ha mai pensato che servire messa e gestire il turibolo fosse attività da femminucce, farà bene a ricredersi.
    Sul Corriere della Sera del 19 gennaio 2012, a pagina 25, Claudio Cecchetto produttore discografico, disc-jockey,
    conduttore radiofonico e televisivo e talent scout ricorda che proprio servire messa fu per lui una preziosa scuola di vita :
    “L’ambiente della Chiesa mi ha costruito. Ho fatto il capo dei chierichetti, scoprendo le invidie del mondo del lavoro.
    Eravamo tre chierichetti e come fui nominato “capo”, gli altri due se ne andarono.
    Chiesi al prete che succedeva. E lui : “Niente. I prossimi che arriveranno sapranno subito che il capo sei tu”.
    Duemila anni di esperienza non passano invano : la Chiesa sa.

  4. Chiunque vanti titoli sulle foto di questo articolo mi contatti subito per la loro immediata rimozione.

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