Alla Guggenheim Tancredi apre mille finestre su Venezia. Ma solo Pietro se ne accorge.

Alla Guggenheim non se ne sono accorti. Ma c’è un bambino di 5 anni che guarda attraverso le finestre di Tancredi. E’ colpa mia perché gli ho scritto :

Ciao Pietro, il nipotino di cui non sono nonno.

Ciao Pietro, voglio regalarti un amico. Ha un nome strano : si chiama Tancredi.

Uniti

 

 

 

 

 

Tancredi è un artista e puoi vedere tanti suoi dipinti qui a Venezia. Quando con nonna Bruna andrai a conoscere Tancredi, spero che seguirai questo mio consiglio.

Chiedi a Bruna di non leggerti tutto quello che è scritto – scritto molto bene, molto semplice : perfetto ! – nella varie sale.  Anzi, salta proprio le primissime sale e vai direttamente a guardare tutti i quadri che ci sono a metà mostra.

Tancredi5 azzurro19

 

 

 

Tu ti accorgerai subito che sono sogni di Venezia.

Ogni dipinto è Venezia : una Venezia sognata, inventata, ricordata,

intravista di giorno o di notte, nel sole o nella nebbia.

 

Il quadro più magico di tutta la mostra è un dipinto dove non tu vedi niente.

Sai perché ? Non vedi niente perché sul Canal Grande c’è una nebbia fittissima.

Non si vede più in là della punta del naso.

22

Però piano piano la nebbia si dirada e appare un riflesso rosato.
E’ in alto a destra, lo vedi ?

taglio per 22

Quel rosa forse è il rosa di Palazzo Ducale, forse sono i mattoni di un’antica facciata.

Forse è proprio la casa dove abito io che è tanto antica e ha più di 1000 anni.

“Il palazzo senza base sta sospeso nell’alba
con nebbia bassa sulla linea d’acqua;
e galleggia lì nel tramonto
con nebbia d’oro sopra la linea d’acqua”.                                  
(Pound ‘Cantos’ 21)


Se nella stessa sala ti affacci ad un’altra finestra vedi un’esplosione di colori : forse è la notte del Redentore con i fuochi artificiali che trasformano il cielo in un meraviglioso dipinto di Pollock.

O di Tancredi, appunto.

23-

 

Ma in basso la vedi ? c’è una pennellata nera

Tancredi gondolagondola rosso fuoco
Secondo me è una gondola che scivola silenziosa nella ‘notte famosissima’.

 

Lo so che la verità non è questa.
Lo so che non è questo che Tancredi aveva in testa mentre dipingeva.
Ma il mio è un consiglio impertinente: tu per una volta non guardare come insegnano gli esperti : guarda come un bambino che è nato sulle montagne e poi un giorno ha scoperto Venezia.

Guarda con gli occhi di un bambino che per arrivare alla Guggenheim ha navigato il Canal Grande, ha attraversato ponti sui canali dove l’acqua è luce e colore.

Quel bambino adesso sei tu e nelle piccole sale prive di finestre tu scopri le grandi finestre
che ti regala Tancredi. Da ognuna di quelle finestre che sono i dipinti di Tancredi
tu vedi la Venezia di Tancredi, che ora è anche la tua Venezia.

22

24-

 

Nessun altro visitatore intorno a te, Pietro, si è accorto che ci sono tutte queste finestre.

Solo tu le vedi, solo tu ti affacci ! Tutti leggono le didascalie e i pannelli esplicativi, molti leggono
i titoli delle opere, molti le fotografano con il cellulare, altri si avvicinano ai dipinti e li toccano con la punta delle dita (non si fa !) o le sfiorano col naso. Non sanno che quando qualche ospite entrava nello studio di Rembrandt, se il visitatore andava a guardare i suoi dipinti troppo da vicino, lui deciso lo spingeva via. Poi si scusava : la pittura puzza.

Rembrandt nello studio

 

Il vecchio Tiziano finiva i suoi dipinti “con sfregazzi delle dita … altre volte invece con uno striscio delle dita pure poneva un colpo d’oscuro in qualche angolo per rinforzarlo, oltre che qualche striscio di rossetto, quasi gocciola di sangue … nei finimenti dipingeva più con le dita che con i pennelli”.

Tiziano sfregazzi

 

Tancredi non dipingeva con le dita, però era così umile e appassionato da studiare
attentamente non solo il lavoro degli antichi maestri, ma persino quello degli imbianchini.
A volte Tancredi usò proprio i rulli degli imbianchini per creare i suoi capolavori

rullo

 

Ecco perché, Pietro, tu ti metti al centro di ogni sala. Poi ti giri piano piano e senza muoverti,
ti affacci alle finestre che tu solo vedi. Ti incanti, come si era incantato Tancredi, a scoprire attraverso le finestre che sono per te i dipinti di Tancredi, ti incanti a vedere Venezia.

Venezia è una esplosione di mille riflessi, di mille luci diverse ad ogni diversa ora del giorno
e della notte. Venezia è acqua, è nuvole colorate, è mosaici e miliardi di puntini colorati.

Composizione 76.2553 PG166

 

Adesso, caro Pietro, ho inventato un gioco proprio per te.

Ti mostro delle figure e tu devi indovinare quali di queste figure sono opere di Tancredi e quali no.

Venezia è piena di Tancredi che non sanno di essere Tancredi.

sa Venezia foto 1

Ma Tancredi lo sapeva che a Venezia tutto è Tancredi.

Sono Tancredi i mosaici antichi e moderni che vestono Venezia come un manto prezioso.

 

mosaice 2Tan.con mosaico

 

 

 

Li vedi ? Uno solo è Tancredi. Mi dici qual è ?

 

Sono Tancredi le perline coloratissime che infilavano le impiraresse. Peccato che oggi tu non possa più vederle giocare con milioni di perline di ogni colore.

perline con foto

perline palline

 

perline

Sono Tancredi i vetri che i maestri vetrai soffiano nella canna come bolle di sapone e fanno nascere universi incandescenti di luce e di colori.

vetri soffiavetri giallo bluvetri deformi7

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono Tancredi persino i pavimenti di “terrazzo alla veneziana”. Ci cammini sopra dappertutto persino nella case più povere, eppure sono preziosi come opere d’arte

pavimento veropavimento classicopavimento beigepavimento verdone

 

 

 

 

Tancredi19 quasi pavimento

 

Sono Tancredi i palazzi che lentamente ti appaiono la mattina quando la nebbia si alza sul Canal Grande

nebbia palazzi sandolo gabbiani16 nebbia-195416 nebbia-1954 nebbia piccola

 

Sono Tancredi i tessuti e i dipinti di Fortuny

Fortuny tessuto rosatoFortuny 1 verde

 

 

Fortuny verdastro

 

 

 

 

 

 

 

 

ed è Tancredi persino l’arazzo meraviglioso che El Anatsui ha steso,

come si fa a Venezia nei giorni di festa, proprio sulla facciata di Palazzo Fortuny.

El Anatsui totale facciataEl Anatsui grigio bluquadratiniEl Anatsui oro rosso

 

 

 

 

Sono Tancredi i tramonti che con Giovanna restiamo a lungo incantati ad ammirare.

Ogni volta guardando su in cielo, oltre il cielo, mi sembra di vedere alcuni antichi maestri.

Sono seduti su una nuvoletta, ciascuno con la sua tavolozza e verso sera si sfidano a dipingere nel cielo sopra Venezia il più magico tramonto.

Tramonto drammaticotramonto skylineTramonto panoramico

 

Li vedi gli antichi maestri ? Ecco, c’è Tiepolo e vicino a lui il Veronese. E c’è anche Beppe Ciardi

Tiepolo best

Veronese best

 

Ciardi best

 

Poi ogni tanto vorrebbero partecipare al gioco altri pittori, che vengono da Paesi lontani,
ma che si sono tutti, come Tancredi, innamorati di Venezia.

Guarda : c’è Turner e con lui ci sono Munch (quello de “l’Urlo”, sai?), Nolde e Monet.

Tutti lì a dipingere tramonti.

 

Turner tramonto best

Munch best

Nolde Sonnenuntergan 2

Monet best

 

Però, Pietro, devo rivelarti un segreto : non in cielo, ma per fortuna qui insieme a noi, a pochi passi dalla Guggenheim, c’è alle Zattere un altro maestro, Franco Renzulli, che ci regala un tramonto come questo :

Renzulli portela best

 

E’ Tancredi l’acqua del Canal Grande quando di notte il vaporetto sfila davanti ad un palazzo tutto illuminato : in alto il lapislazzulo del cielo si illumina di milioni di stelle, in basso la seta nera del Canal Grande riflette le stelle e le luci dei palazzi illuminati. In alto e in basso e tutto intorno a te danzano milioni di puntini colorati.

21-1958 copia

 

Il punto di luce-colore : l’universo di Tancredi quando è a Venezia.

Per alcuni anni i suoi quadri astratti, che non rappresentano nulla, sono per me invece
quadri realistici : sono vedute fedeli di un mondo fatto di luci e colori, sono Venezia.

 

Quando lascerà Venezia per Milano e la Norvegia, Parigi e poi Roma
Tancredi sa che qualcosa finisce, che una luce si spegne. Scrive :
“Ritengo che difficilmente farò altri quadri come questi perché ho lasciato Venezia”.

 

La stessa emozione che Tancredi prova e ci trasmette per Venezia,
è nelle parole di un altro innamorato di Venezia che parla con Dio e Gli dice :

O Dio, quale grande gesto di bontà 

abbiamo fatto in passato e dimenticato,

che tu ci doni questa meraviglia,

o Dio delle acque ?


O Dio della notte,

quale grande dolore 

viene verso di noi,

che tu ce ne compensi così

prima del tempo ?

O Dio del silenzio.
……………………………
O Dio delle acque,

illimpidiscici il cuore,

poiché ho visto

l’ombra di questa tua Venezia

fluttuare sulle acque, 

e le tue stelle

hanno visto questa cosa,
dal loro corso remoto

hanno visto questa cosa

.

Parlando con Dio Pound fa una scoperta meravigliosa  : persino le stelle, nei loro viaggi lontani milioni di anni-luce dalla nostra piccola Terra, persino le stelle si fermano a guardare questa meraviglia che è Venezia. Questa Venezia magica e inafferrabile, che è impossibile non amare.

Nei suoi dipinti Tancredi racconta il suo amore, ma più che amore, la sua disperata passione.

Poi passeranno gli anni : andrà a Milano, andrà in Norvegia, andrà (chiedo scusa) fuori di testa. Andrà dove forse la sua storia non sarebbe finita se soltanto qualcuno, un passante,
un estraneo lo avesse visto e fermato.
Salvato.

cavalletto

Purtroppo nessuno ha salvato il nostro Tancredi.

Però tu Pietro, carissimo nipote che non sei mio nipote, adesso sei anche tu innamorato
del grande infelice geniale nuovo amico. Che ha un nome strano : Tancredi.

Ciao Tancredi.

 

 

 

20 Responses to “Alla Guggenheim Tancredi apre mille finestre su Venezia. Ma solo Pietro se ne accorge.”

  1. Si, lo so : già mi aspetto il caustico F&S che commenta :

    “Vabbuon, allor si tutt è Tancredi, pur ll’ova strapazzat so’ Tancredi”.
    E’ pronto a fargli eco il carissimo Roberto : “Mì vuraria dì che alùra l’è Tancredi anca el trasù de ciuch”
    (ometto traduzione e a maggior ragione ometto ogni immagine).

    Hanno ragione : trasportato dall’entusiasmo di questa emozionante scoperta che tutto a Venezia è Tancredi, ho esagerato.
    L’ho fatta, con elegante francesismo, fuori dalla tazza.
    Mi ricompongo (seguendo l’autoritario invito del ‘solito ignoto’ Ferribotte alla sorella “Ricomponiti Carmelina ”)
    e confesso che scrivo per lo stesso motivo per cui Lester Young confessò di fare musica.

    Lester Young, il dio del sax tenore, a un giovane Gino Paoli andato a venerarlo dopo un concerto a Genova, disse :
    “Si fa musica come si fa pipì : è qualcosa che viene da dentro e hai proprio bisogno di farla”.
    Ecco le parole di Gino Paoli :
    «Quando avevo circa sedici anni un organizzatore di concerti jazz che si chiamava Norman Granz
    portò a Genova un gruppo di musicisti straordinari: Ella Fitzgerald, Gene Krupa, Roy Eldrige,
    Oscar Peterson, Barney Kessel, Jo Jones, Lester Young …
    Dopo il concerto all’allora teatro Margherita, dove eravamo pochi ma entusiasti,
    andai nell’albergo dove si erano ritirati i musicisti. Nella hall trovai Lester Young che fumava una sigaretta
    col cappello nero calato sugli occhi seminascosti dalle palpebre.
    Dopo avergli fatto i complimenti, nel mio inglese imparato in porto dai soldati americani,
    gli chiesi come si facesse a tirar fuori col sax tutto quello che lui riusciva a esprimere.
    Mi guardò a lungo, zitto, e quando credevo che ormai non mi avrebbe più risposto, disse:

    “Play jazz is like piss off”.

    Scrivo anche per le stesse ragioni che addusse Bruno Lauzi rispondendo a una petulante giornalista che gli chiedeva :
    “Ma perché voi cantautori fate canzoni solo quando siete tristi e la ragazza vi ha abbandonato ?”.
    Cito di nuovo il ricordo di Gino Paoli :
    Lui rispose: “E’ perché quando scopiamo non sappiamo mai dove mettere la chitarra. “

    Scrivo perché vedo da sempre 3 fari luminosi che mi attirano nella notte,
    ma da sempre non sono mai riuscito ad avvicinarmi nemmeno un poco.
    Il primo è Roberto Longhi : irraggiungibile.
    L’altro è Testori, che amo per la passione con cui scrisse e visse.
    L’ultimo è Arbasino, per la sua coltissima auto-ironia.

    Ho scritto qui sopra di Tancredi perché mi sento addosso la stessa “sprovvedutezza infantile”
    che Buzzati ricordava di aver visto in Tancredi (Corriere della Sera, 7 dicembre 1967).
    Nel mio caso però la “sprovvedutezza infantile” è meglio definita con “rimbambimento senile”.

  2. Caro Pietro,
    devo confessarti che io non sono l’unico a vedere in molte opere di Tancredi la magia di Venezia.
    Tanti prima di me l’hanno scritto e tutti l’hanno scritto molto meglio di me.
    Nonna Bruna, il papà e la mamma e anche le tue sorelle possono trovare le mie idee
    (non tutte però, perché alcune – le più folli, per esempio il paragone con i pavimenti delle case di Venezia per dirne soltanto una –
    sono idee soltanto mie e nessuno aveva mai avuto il coraggio di pensarle e soprattutto di scriverle prima di me)
    nel bellissimo catalogo che trovi nel bookshop in fondo alla mostra.

    Lì al bookshop ci sono due gentilissime libraie, cortesi e sorridenti.
    Vai a salutarle da parte mia e se sei proprio stanchissimo, loro offriranno anche a te lo sgabello
    dove il nonno-che-non-è-tuo-nonno è riuscito a riposarsi a metà visita
    per evitare di crollare ingloriosamente davanti ad uno dei capolavori di Tancredi.
    Se io fossi franato a terra, mi avrebbero diagnosticato la “Sindrome di Stendhal”, roba da turisti colti ed eleganti.
    Il mio invece era un banalissimo proletario mal di piedi
    per colpa di una ferita che non si è ancora rimarginata 69 giorni dopo l’operazione.
    Ma forse per quando andrai tu alla Guggenheim, vedrai, avranno seguito il mio suggerimento
    e avranno sistemato una bella panca in mezzo a qualche sala e qualche sedia negli angoli.
    Per farti risparmiare tempo, ti ricopio qui, proprio come farai tu quando andrai a scuola, alcuni passi del catalogo.
    Dicono anche loro la mia stessa verità : i dipinti di Tancredi sono quasi sempre vedute di Venezia.

    (pagina 28) … Il punto gli consentiva di restituire in pittura la luce vibrante e l’atmosfera veneziana :
    eredità dell’antica tradizione coloristica della pittura veneziana di cui Tancredi conosceva le atmosfere, le vaporosità, le trasparenze. …

    (pagina 29) … Quelle opere potevano piacere perché, oltre alla vivacità del colore veneziano, potevano ricordare
    il profilo di alti palazzi, delle architetture di luce, o luminosi fantasmi verticali che affiorano lentamente da un pulviscolo colorato …

    Tancredi aveva trovato la soluzione per sé ideale nel dedicare esplicitamente
    un quadro alla propria città, che vive con un trasporto particolare : ha immaginato una città dall’alto
    che rievoca l’atmosfera di una Venezia invernale, fatta di nebbie che filtrano la luce …
    un’atmosfera ovattata e silenziosa, come nella luce sull’acqua tipica degli inverni veneziani,
    quando la laguna si riempie di nebbia e provoca un forte senso di abbagliamento …
    Venezia del resto è una città fatta di riflessi e di improvvise apparizioni …

    (pagina 33) .. Tancredi è arrivato ad elaborare una propria versione della “veduta” come “vedutismo spaziale”,
    in cui ogni tocco serve per evocare un’immagine …

    (pagina34) .. Un omaggio ai secoli in cui la Dominante, la Serenissima è stata ritratta,
    ma un omaggio che non ritrae gli edifici, bensì la laguna, i riflessi equorei e bizantini, un raggio caldo nell’aria di San Marco…
    Vista con il filtro della memoria, la città non è più una prospettiva aerea dall’alto, ma un’impressione di colore e luce …
    l’effetto è una Venezia fatta di vibrazioni luminose rischiarate e trasparenti…
    che possono evocare i palazzi affacciati sull’acqua e i loro riflessi in una visione che tende a espandersi.

    Tutti i testi qui sopra citati sono tratti dal bellissimo e sinceramente appassionato saggio di Luca Massimo Barbero
    che apre il catalogo con il titolo “Mi interessa fare dell’arte facendo della pittura” Storia pittorica di Tancredi.

    L’ultima parola a Tancredi : “La mia arma contro l’atomica è un filo d’erba”.

  3. Pilone destro says:

    Ciao Franco,
    sono solo in negozio e non so cosa fare, apro l’ iPad e leggo il Tuo testo.
    Ridacchio pensando a cosa ho detto ad un amico/cliente tre anni fa vendendogli un Tancredi non Tancredi
    (il nipote ha fatto una monografia e tutto quello che non è pubblicato non vale niente).
    Gli ho detto : “E’ buono, non vedi che è il pavimento della Basilica?”.
    Come te avevo visto un pezzo di Venezia in Tancredi.
    Il tuo articolo è romantico come solo tu sai essere (fortunata Giovanna)
    e profondo come la verità detta dal bambino.
    Tu hai una fortuna, forse deriva dal tuo lavoro oppure ne sei stato un grande per questo :
    sintetizzi, centri l’ argomento, incuriosisci e poi….. dai gli incentivi alla risoluzione ma non spieghi tutto,
    inviti alla riflessione, al pensiero ed i tuoi lettori, come un investigatore, rielaborano gli indizi per arrivare al colpevole.
    Non ti do ragione ma assecondo la tua idea : Tancredi dipinge le mille Venezie
    che spesso vediamo senza vedere, sono dentro di noi e solo l’ artista, il folle, il “diverso” sa esprimere.
    Non tutti hanno la dote del medium che parla con l’ignoto e lo interpreta, ma tutti abbiamo sensazioni.
    Complimenti come al solito
    il tuo Pilone di fiducia

  4. Franco says:

    Pilone, tu mi vizi !
    (battuta di un mio spot per “Rocher Ferrero” dove ‘Alberto’ era però “Ambrogio”
    il mitico chauffeur della Signora in giallo, da cui l’ancor più mitica locandina del Vernacoliere :
    “Finalmente
    Ambrogio
    ha trombato
    la Contessa”.

    Da questa locandina irriverente nacque una mia campagna per Rocher
    con protagonista il frutto della trombata di Ambrogio con la Contessa.
    E mi pagarono anche !

  5. Franco says:

    I caustici F&S, rabboniti forse dal fatto di essere stati preventivamente citati nel primo dei commenti qui sopra,
    per una volta tanto si astengono dalla stroncatura, quantomeno del mio scritto
    e si limitano a (solo parzialmente) stroncare l’oggetto del mio scritto :
    “So’ sincer : Tacredi è comm ‘o presepe: nun me piace……….peró è bbona pittura comme è bbona a pasta scaurata……………
    (Deja vu)

  6. Franco says:

    Ho scritto qui sopra :

    O Dio delle acque,

    illimpidiscici il cuore,

    poiché ho visto

    l’ombra di questa tua Venezia

    fluttuare sulle acque, 

    e le tue stelle

    hanno visto questa cosa,
    dal loro corso remoto

    hanno visto questa cosa

.

    Parlando con Dio Pound fa una scoperta meravigliosa : persino le stelle,
    nel loro viaggio lontano milioni di anni-luce dalla nostra piccola Terra,
    persino le stelle si fermano a guardare questa meraviglia che è Venezia.

    Pound dice che le stelle dal loro corso remoto hanno visto Venezia.
    Io mi sono spinto un poco più in là : dico che le stelle non solo hanno visto Venezia,
    ma proprio perché l’hanno vista, si sono fermate ad ammirarla.

    Tanti tanti anni prima di Pound e di me, gli Indiani Algonkin del New England, America del Nord
    hanno cantato la vita delle stelle.

    “The Song of the Stars” un canto raccolto da De Charles G. Leland
    in “The Algonquin Legends of New England” 1884, London
    e pubblicato a pagina 60 dello splendido e ormai introvabile volume
    “Poesia dei Popoli Primitivi” Guanda 1956, ma riedito nel 1987.

    Noi siamo le stelle che cantano
    Cantiamo con la nostra luce
    Gli uccelli di fuoco noi siamo
    Volando spaziamo nel cielo
    La nostra luce è una voce

    Il canto degli Indiani Algonkin rende stupendamente quel tremolìo che vediamo nella luce delle stelle.
    Il tremolìo è la loro voce e le stelle stanno cantando !
    Ecco perché le stelle ci emozionano profondamente pur essendo per noi pura luce :
    perché quella luce ha una voce, è un canto, è musica.

  7. Franco says:

    La Rete è magica : scopro proprio ora
    che un astronomo ha dedicato a questo stesso “Canto delle Stelle” un suo breve saggio.
    Scopro così che questo canto non è soltanto bellissimo e commovente :
    ha anche un profondo significato di storia della scienza.
    Non ho tempo ora di tradurlo, ma eccolo qui :

    The Algonquin Song of the Stars
    + Von Del Chamberlain +
    Life is a collection of discoveries among which are nuggets that illuminate our souls. Today I want to share with you a gem from my treasure trove.
    In 1882 Charles G. Leland, journalist, essayist and folklorist, began collecting legends from the northern Algonquin Indians.
    He published his findings in 1884, prefacing the stories with the statement that
    the old people said the tales were once sung and that many of them were poems.
    Leland’s book ended with a poem that is as beautiful and insightful, at least for me, as any piece of literature I have ever known.
    Here it is.

    THE SONG OF THE STARS

    We are the stars which sing,
    We sing with our light;
    We are the birds of fire,
    We fly over the sky.
    Our light is a voice.
    We make a road for spirits,
    For the spirits to pass over.
    Among us are three hunters
    Who chase a bear;
    There never was a time
    When they were not hunting.
    We look down on the mountains.
    This is the Song of the Stars.

    When I encountered this poem, I felt as though my whole life had been preparing me to appreciate it.
    Within it are allusions to stories and it contains provocative ideas.
    On the one hand it sounds ancient, on the other it points toward the future, and I am very comfortable with it as a contemporary astronomer.

    The story about the hunters chasing a bear has been widely publicized since Leland’s time. Indeed, it has been in Boy Scout books for many years.
    This is a story relating the stars to the earth and the seasons. One fine spring day three hunters began chasing a bear, quite unaware of the journey they had embarked upon. The illusive creature lead them northward, keeping out of reach ahead of them. So intense was the chase that the hunters did not even notice when the bear stepped from earth to sky: they followed, rising above rocks, trees and mountain tops. The longer they pursued, the more determined they became. After many months, they got close enough to wound the bear. Blood dripped down, captured by leaves, transforming the landscape in crimson glory.
    The bear swooped down to earth. Hidden in a cave, it rested, healed and gained strength. When spring arrived the hunters found the bear and took up the chase again.
    Every year the story is retold by movements of the sky and cycles on the ground. The bear, formed by the four stars of the bowl of the Big Dipper, rises upward
    in the northeast on spring evenings. The three hunters, the handle of the Dipper, follow. By summer they are high over the North Star as darkness comes.

    When autumn arrives, the hunters arrow finds its mark, as the bear moves low in the northwest and forests blush in fulfillment of the year.
    On winter evenings, the bear passes under the Pole Star, brushing the horizon to disappear from easy view. With the blossoms of spring, however,
    bear and hunters are rising up again. Every year the drama repeats to help us remember the order of things,
    as well as the stories that connect children to their ancestors.

    The poem reminds us of the concept that the Milky Way as the road for spirits traveling to the next world.
    This Algonquin idea is common to many other North Americans, and it is found across the waters in Scandinavian lands.

    The key line in the poem is, “Our light is a voice.”

    The allegory of light as a voice is so appropriate, since the only way we can learn about stars is by analysis
    of the energy that crosses the immense distances between them and us. Indeed, light is the only “voice” that speaks to us of stars.

    When we look at them, we begin to comprehend the messages that stream in with their light.
    At first we could understand only their brightness, colors, patterns and directions.
    Then we learned how to determine distances. Finally, we were able to disperse light into the energy spectrum
    and we could read the “words” more clearly. Indeed, much of the history of astronomy
    has involved learning how to interpret the essence of starlight–to hear the harmonics of the music and discriminate the words of the Song of the Stars.

    For me, at least, the Algonquin Song of the Stars expresses, in simple words and a few short lines,
    the long journey of discovery of the cosmos that began when people gathered in caves to tell stories
    relating themselves to things close by and far away, continuing into scientific laboratories and observatories
    where instruments and the language of mathematics amplified our abilities to perceive, measure and discern,
    and on into the future as we continue to look around and magnify our comprehension of ourselves
    as travelers through oceans of space, thriving on currents flowing from stars.

  8. Franco says:

    Film in progress

    La verità rivelata dentro di noi è l’amore.
    L’amore realizzato è la bellezza.

    Quando un regista legge una tua idea per un film e poi ti scrive :

    La verità rivelata dentro di noi è l’amore.
    L’amore realizzato è la bellezza.

    .. tu sei felice. Puoi solo sperare che qualcuno sia così intelligente da produrre quel film.
    In quella intuizione del regista c’è già tutto quello che serve per fare un buon film, forse un grande film.

    In questi giorni sto sognando che la storia di Pietro possa diventare un film.
    Pietro è il bimbo di 5 anni che alla Guggenheim fa questa scoperta :
    i quadri ‘astratti’ di Tancredi sono in realtà ‘vedute’ di Venezia.
    E Venezia dappertutto è Tancredi : nei suoi vetri, nei mosaici, nelle perline, nei tessuti,
    nei canali e nel cielo e persino nei pavimenti Venezia è Tancredi.

    Come primo tentativo ho scritto al regista che più stimo ed ammiro
    e a cui affiderei ogni mio soggetto sicuro che lui me lo restituirebbe
    non solo appassionatamente condiviso, ma anche arricchito e approfondito.

    Per chi scrive cinema questa è una sensazione molto rara.
    Nella vita finora mi è successo solo 50 anni fa, quando Edo Cacciari, che io fossi o no presente sul set,
    mi mostrava poi in moviola la mia idea ancora più bella di come l’avessi mai sognata.

    Sono sicuro che oggi Giovanni Covini saprebbe ancora sorprendermi ed emozionarmi
    facendomi scoprire quanto può essere bello qualcosa che io ho ideato eppure mai avrei immaginato così.

    Mia mail a Giovanni :

    ciao registrO

    Il tuo parere per me è prezioso.
    Però mi rendo conto che stavolta non è cosa che si possa liquidare in 5 minuti di lettura :
    dedicati a questa idea solo quando ti senti sereno e rilassato e persino annoiato.
    Se sei già annoiato di tuo, magari leggendomi non ti peggioro la situazione :-)

    Ho scritto qualcosa su una mostra di Tancredi alla Guggenheim.
    C’è un testo, ci sono molte immagini e alcuni commenti qui : http://www.francobellino.com

    A te chiedo solo :
    1
    si potrebbe farne un film di 10-15 minuti ?
    Penso a un film come “La jetée” di Chris Marker :
    tutto immagini fisse, su cui sono possibili movimenti di macchina, molte riprese esterne di Venezia e in movimento soltanto
    le azioni e gli sguardi di un bambino di 5 anni.
    2
    Seconda domanda, se alla prima hai risposto Sì.
    Tu ne faresti la regia ?

    Ogni altro problema, soprattutto di tempo e di soldi, a dopo. Semmai.
    Franco

    Ed ecco dopo nemmeno 24 ore la risposta del regista :

    … meraviglioso!!!!
    Anzi, quasi meravigliosissimo.
    Ti va se lavoriamo sul quasi?
    Certo che lo girerei, è un accompagnamento amorevole, emozionato, sognante
    verso il bello nel suo senso più profondo. Sto lavorando su questo in questo periodo e quindi mi cogli nel centro di me.
    C’è un’equazione che ti giro così al volo e di cui ho appena approfondito le fonti:

    La verità rivelata dentro di noi è l’amore.
    L’amore realizzato è la bellezza.

    La sto ancora rigirando dentro di me e non smette di colpirmi.

    Sul ‘quasi meravigliossimo’ devo rimandare invece alle vacanze di Natale
    perché fino al 22 giro tutti i giorni e ho solo scampoli di tempo. Ma poi ci arriviamo.

    Ho risposto a Giovanni :

    Grazie, Giovanni : leggerti mi rende migliore. E mi fa bene.
    C’era un saluto di un popolo primitivo (credo gli Indios del Cile) che diceva :

    Sono felice di incontrarti perché quando sono con te mi piaccio di più.

    Forse non sono queste le parole esatte, ma il senso era quello.
    Grazie
    Franco

    Subito dopo ho coinvolto anche il più grande esperto di Jazz che io conosca : Marco Lombardi.
    Gli ho scritto :

    Ciao Marco,
    sto sognando (“progettando” sarebbe irrealistico)
    un breve film dedicato all’artista Tancredi Parmeggiani,
    di cui c’è una mostra qui alla Guggenheim.

    Immagino una storia in cui un bambino di 4-5 anni scopre che
    (a) ogni quadro di Tancredi è Venezia
    e
    (b) Venezia è dovunque Tancredi.

    Adesso devo trasformare quel testo in azioni.
    Per come lavoro, mi aiuta molto partire da una colonna sonora.
    Ho pensato di accompagnare tutto il film soltanto con musiche di Chet Baker,
    con cui ho convissuto in General Film
    e la cui storia personale non è poi molto lontana da quella di Tancredi.
    Drogato uno, pazzo l’altro, forse suicidi entrambi, lirici stellari
    nell’improvvisazione uno, nell’astrazione l’altro.

    Marco, gentilissimo, mi ha immediatamente risposto :

    Ciao Franco ! Bel progetto il tuo. Credo che Chet Baker fosse un gran musicista, oltretutto con tecnica e grande musicalitá.
    Si é progressivamente rovinato diventando un triste ritratto dei suoi primi momenti.
    CB non é ‘My funny Valentine’ ! CB lo trovi con Mulligan, nel primo suo pianoless quartet.
    Qui CB era controllato da Mulligan e faceva musica da ascoltare non da sottofondo!
    Io prenderei la discografia del primo quartet di GM isolando i solo di CB. Stupendi!
    Anche GM ti era vicino no? Abbraccio! M

    Grazie, Marco.
    Mi metto al lavoro. Chet era di casa nel mio ufficio in via Turati 6
    e Mario Fattori andò a riscattarlo a Lucca. GM (Gerry Mulligan) non l’ho mai incontrato
    anche se mi sembra che Mario riuscì a fargli fare un disco con Piazzolla.
    Più spesso si vedevano in ufficio invece il Modern Jazz Quartet,
    Gianni Ferrio, la Vanoni e Franco Cerri che considero ad oggi un fratello sempre sorridente.
    Grazie di cuore.

    Ho anche capito, adesso che ho il miglior regista che potessi sognare
    e dei brani di musica che da soli raccontano una bellezza inesprimibile a parole,
    ho anche capito che il direttore della fotografia deve vivere a Venezia.

    Potremo infatti programmare le riprese con il bambino alla Guggenheim
    e le zummate dentro i dipinti di Tancredi nel giorno in cui la mostra è chiusa (il martedì)
    e se necessario anche per una o due notti (per esempio la notte prima del giorno di chiusura e la notte subito successiva).

    Però poi le altre immagini non si possono restringere in un normale piano di produzione.
    Ho bisogno che il Direttore della fotografia viva a Venezia e sia indipendente dalla regia.
    Il nostro DOP deve poter ‘rubare’ per due-tre settimane tutto quello che succede e che non si può programmare :
    pioggia, nebbia, acqua alta, onde che si frangono sui gradini di marmo,
    palazzi che si riflettono di notte sulla seta nera del Canal Grande, maestri vetrai a Murano
    e pavimenti di terrazzo alla veneziana in case popolari e palazzi patrizi.

    Adesso ho la musica, il regista, il direttore della fotografia.
    Manca ancora una sceneggiatura e sarebbe il lavoro di massimo 2 settimane.
    Ma prima di tuffarmi in questa splendida avventura devo risolvere un dettaglio trascurabile :
    trovare un Produttore che si entusiasmi all’idea e decida di finanziare il nostro sogno.

    Come sempre è tutto una questione di $$$$$$$$$$$$$.

  9. Ornella says:

    Franco…bellissimo racconto ! Tancredi. ….il tuo amore per Venezia….
    La prossima volta che verrò, la voglio vedere con gli occhi di Pietro
    e sarà per me ancora più bella ed emozionante viverla!!
    Grazie.

  10. Franco says:

    Scopro solo stamattina, qui

    http://www.artribune.com/2016/11/mostra-tancredi-parmeggiani-collezione-peggy-guggenheim-venezia/

    un breve ma appassionato intervento di Luca Massimo Barbero.
    Il suo discorso è più profondo e più complesso del mio.
    Però mi conferma nella scoperta che non solo molti dipinti di Tancredi, anche se astratti, sono ‘vedute’ di Venezia.
    Mi conferma anche nella mia proposta che molto spesso e quasi dovunque
    Venezia è ancora oggi e sempre sarà Tancredi.

    Dice nel filmato Barbero : “Tancredi matura un suo linguaggio personalissimo
    e rappresenta Venezia come se fosse un respiro, come se fosse un soffio,
    sempre quindi una pittura vera, senza infingimenti …Tancredi dipinge fino alle atmosfere di Venezia ….”.

    Sembra una contraddizione chiamare lo spazialismo di Tancredi “pittura vera”.
    Ma è proprio questo il genio e la follia di Tancredi.

  11. Enrico says:

    Credo che sia la più bella “guida” di Venezia che abbia mai letto.
    I tuoi commenti inoltre sono come sempre di rara acutezza, intelligenza e ironia.
    Un abbraccio anche a Giovanna
    A presto
    Enrico

  12. Franco says:

    Come la telefonata del più caro amico
    può trasformarsi in una letale salutare stilettata.

    Ho raccontato tempo fa qui :

    http://www.francobellino.com/?p=1361

    un piccolo episodio che racchiude in una battuta l’elegante malinconia di un’epoca e l’affettuosa perfidia di un genio.
    1 Giugno1954. E’ la prima dell’ultima opera di Darius Milhaud, musicista famoso
    che ha dedicato gli ultimi anni della sua vita alla creazione di “David”.
    ‘David’ di Milhaud è un’opera mastodontica : 5 atti in 12 quadri, richiede grandi masse corali e orchestrali,
    un numero esagerato di solisti di canto per dar vita a ben 49 diversi personaggi, per oltre 4 ore di ascolto.

    Alla fine del primo dei 5 atti, Francis Poulenc, anche lui musicista famoso, si alza dalla sua poltrona in platea,
    va al guardaroba e poi – già con su il paltò – saluta l’autore e con un sorriso impercettibilmente sorpreso,
    gli chiede : “Vous restez ?”.

    In nota a quel mio scritto, oggi anche su Facebook, ci sono alcuni divertenti episodi
    di perfidia di e tra musicisti : Toscanini, Mozart, Bach e … Beethoven.

    Ecco Beethoven, adorabilmente perfido, che dice ad un compositore che gli ha proposto una sua creazione :

    “Mi piace la sua opera. Credo che la metterò in musica.”

    Ieri il regista Giovanni Covini, l’autore che oggi più stimo e ammiro
    e che sempre è capace di appassionarmi e di ‘svegliarmi’ da un senile torpore (‘rimbambimento senile’ è la diagnosi impietosa),
    ieri Giovanni mi ha telefonato.
    Era in ‘pausa’ tra una mattina di shooting e un pomeriggio di pre-produzione.
    Mi ha detto le sue idee sul mio progetto di un film su Tancredi e il nipotino alla Guggenheim.
    Ha ottenuto esattamente lo stesso effetto che deve aver ottenuto Beethoven
    con il musicista che gli aveva proposto una sua creazione. E’ come se Giovanni mi avesse detto :

    “ Franco, mi piace il tuo progetto sul bambino che scopre Tancredi e la bellezza. Credo ne farò un film”.

    Giovanni non ha detto, non avrebbe mai detto e mai direbbe questo. Nemmeno lo pensa e mai lo penserebbe.
    Ma questa è la verità. Che la si dica o che la si neghi, rimane comunque la verità.

    L’ho capito. C’è un abisso tra la profondità dell’approccio di Giovanni a questo progetto e la superficialità del mio approccio.
    E’ vero, l’idea l’ho avuta io. Ma se adesso può nascerne un film, è indispensabile
    che sia Giovanni a scriverlo e poi a girarlo e infine a montarlo.
    Non è pigrizia la mia, non è nemmeno viltà e fuga dalla realtà. E’ anzi un tuffo nella realtà.
    E’ fiera consapevolezza sia dei miei limiti sia della validità della mia idea.

    Il cinema è, deve essere, opera collettiva. Se io voglio, e lo voglio, che la mia idea diventi un grande film –
    un film di verità e d’amore, amore per il tema che tratta, amore per ogni singolo spettatore che lo vedrà,
    soprattutto un film che regali un attimo di bellezza e di felicità ad ogni bambino che lo vedrà, dovunque nel mondo –
    allora bisogna che sia Giovanni a scriverlo e a girarlo e a montarlo.

    Certo, io gli sarò vicino, gli darò tutto quello che mi nasce dalla mente e dal cuore in ogni momento del lavoro,
    ma è Giovanni che deve farlo. E spero davvero che questo film nasca.

  13. Franco says:

    Senza nessun riferimento al film su Tancredi di cui si parla negli ultimi commenti qui sopra,
    ma anzi allegramente divagando in compagnia di Giacomo il fatalista e Tristam Shandy,
    devo precisare per riscattare il ricordo del povero Milhaud, stroncato dal perfido “Lei resta ?” di Poulenc
    alla fine del primo atto del suo interminabile “David”, che Milhaud scrisse anche opere brevissime.

    Cito : “ Una delle conseguenze della prima guerra mondiale, nella realtà come nell’arte,
    fu che il tempo sembrava aver accelerato la sua corsa. Velocità e brevità divennero valori assoluti.
    Il cinema, e poi anche la radio esigevano e promuovevano la sinteticità.
    Andavano di moda forme di esposizioni brevi e concentrate.
    Lo stesso vale per l’opera lirica.
    I soggetti non venivano più dilatati a piacimento, ma espressi in forma stringata e in questo Milhaud si rivelò un maestro.
    La sua opera “Les malheurs d’Orphée” dura solo trentacinque minuti.
    “L’abandon d’Ariane” dieci minuti.
    “L’enlèvement d’Europe” è ancora più breve : nove minuti.

    Milhaud – “David” a parte e dimenticando la perfidia di Poulenc –
    portò alla perfezione anche nell’opera lirica la concentrazione e la velocità.
    Pardon Milhaud.

  14. Franco says:

    Le parole di Giovanni l’altro giorno al telefono hanno lavorato in profondo.
    Giovanni mi parlava dei bambini di Aleppo che a 4-5 anni di età
    hanno già visto tutti gli orrori della guerra e della vita.

    Ho pensato che il nostro film dovrebbe essere dedicato anche a loro.
    O forse dedicato proprio a loro.
    Dedicato a tutti i bambini che in tutto il mondo sono privati della bellezza.

    Se avevo scritto di mio nipote Pietro e Tancredi e Venezia,
    forse il film dovrebbe invece parlare di Tancredi e di Venezia
    per far scoprire la bellezza e l’amore non solo a mio nipote,
    ma ad ogni bambino del mondo.

    Il film dovrebbe parlare, se mai avranno occasione di vederlo,
    a bambini che non sanno leggere,
    che non sanno cosa sia la bellezza, che purtroppo sanno cosa può essere la vita.
    A loro il nostro film deve dire quanto la bellezza è presente,
    quanto la bellezza va cercata nella vita di ciascuno di noi, ogni giorno.
    E deve dirlo senza parole.
    Deve scoprirlo e farglielo scoprire.

    Ecco allora delle riflessioni, del tutto superficiali,
    ma che potrebbero forse contenere qualcosa di buono.

    Il film deve essere internazionale.
    Ciò che nel testo ho scritto
    in un linguaggio verbale infantile,
    il film deve tradurlo in un linguaggio visivo infantile.

    Ogni bambino, di qualsiasi etnia e lingua deve poterlo seguire e capire e amare.

    Si conferma così l’intuizione già espressa :
    la colonna-parlato deve essere ridotta al minimo.
    Tutto quello che più sopra è detto con parole
    dovrà essere espresso con immagini e attraverso azioni.

    Il bambino protagonista che scopre Tancredi e Venezia e la bellezza
    può anche non essere italiano. Anzi, forse deve non essere italiano.
    Un bimbo di colore ?
    Un orfano giunto da solo in Italia ?
    E come mai si trova nelle sale della Guggenheim ?
    Pensiamoci.

  15. Franco Renzulli per primo probabilmente mi rimprovera l’eccessivo entusiasmo con cui parlo di lui.
    Gli rispondo allora con le parole di un grande, Baudelaire che –
    pur avendo intorno a sé artisti del calibro di Daumier, Courbet e Manet – scrive che “per lui (‘per lui’ come Renzulli ‘per me’)
    Delacroix è senz’altro il pittore più originale dei tempi antichi e moderni.
    Proprio così, che farci ? Nessuno dei suoi amici, anche i più entusiasti,
    ha avuto il coraggio di dirlo con la semplicità, la crudezza e l’impudenza, con cui lo faccio io”.

    Posso dire lo stesso a proposito di Franco Renzulli :
    dei tanti che lo amano e lo ammirano e forse anche lo pensano – Ruggero, Gino, Renzo –
    nessuno lo ha detto la semplicità, la crudezza e l’impudenza con cui l’ho scritto io.
    E non me pento ☺

  16. Maria Teresa says:

    Caro Franco,
    non solo mi ha divertito la lettura dello scheletro luminosamente spericolato,
    ma mi ha commosso il tuo amore totale per Venezia (articolo su Tancredi )…… non ne avevo alcun dubbio !!!!
    Molti veneziani non si meritano questa città !
    Grazie per i tuoi scritti sempre interessanti e “intriganti”.
    ciao ciao
    Maria Teresa

  17. Paolo Stecca says:

    Amore per il cinema, amore per Venezia, amore per l’amore, in tutte le sue estensioni. Questo trasuda ancora una volta dalle righe
    del Maestro di Sceneggiatura. Lo vedo bene, cappello in testa, palandrana e ghette, un po’ alla Daverio, a dirigere la troupe in giro
    per le calli. Sarebbe un cinema nel cinema, questo sì. Il soggetto è bastantemente visionario da poter coinvolgere qualche ricco produttore
    cinese (i soldi sono lì, gli americani vanno anche loro a prestito), giacché girare a Venezia costa già un botto con le proprie gambe, figuriamoci
    con macchine da presa e accessori vari. Serve innanzitutto un traduttore cinese madrelingua. Poi si vedrà. Nel frattempo, che il Nuovo Anno
    Italico abbia inizio ed effetto (il capodanno cinese, che celebra l’Anno del Gallo, sarà il 28 gennaio prossimo). Prosit.

  18. Franco Bellino says:

    Paolo, l’intuizione di un poeta riesce a cogliere per vie imprevedibili la verità.
    Tu scrivi : “ci vorrebbe un ricco produttore cinese”.
    Devo incontrare nei prossimi giorni la Kublai Film !
    E non servirà nemmeno un traduttore cinese madrelingua.
    Forse Marco Polo, ospite nel Catai, ha fatto conquiste
    e lasciato eredi che parlano oggi perfettamente venexian.
    Se non è sesto senso il tuo …..

  19. Chicca says:

    Ciao Franco
    sono in treno diretta verso Ferrara e ho appena finito di leggere i tuoi due brani su Tancredi. Il primo del nipote che non hai…Pietro ed il secondo, quello in cui narri come, inaspettatamente e direi quasi magicamente, un Natale di qualche anno fa il tuo angelo biondo ti ha sorpreso con questo meraviglioso dono…..è una storia bellissima che mi ha emozionata, non solo per le considerazioni che fai sul disegno, ma proprio per come quel disegno ti è arrivato…..l’amore è davvero straordinario, porta continuamente qualcosa che a sua volta continua a donare in una sorta di catena senza fine….quel disegno l’hai amato al primo sguardo…ti è arrivato come dono d’amore e forse, come tu dici, svanirà un domani ma dopo aver vissuto una ‘vita d’amore’ ed io sono sicura che il solo saperlo riempirebbe il cuore di Tancredi…..devi raccontare anche questa cosa a Pietro, gli devi raccontare di come un giorno di Natale hai aperto un dono speciale perché secondo me lui troverà le giuste parole per raccontare questa storia straordinaria a questo amico con un nome particolare Tancredi e lui ne sarà davvero felice.
    Un abbraccio forte forte a te e al tuo angelo

  20. Franco says:

    Abbastanza spesso, abbastanza inutilmente, qualche amico affettuosamente mi rimprovera
    di dedicare troppo del mio tempo ad oggetti insignificanti, che non sono certo opere d’arte degne di tanta attenzione e di tanta passione.

    Sono frammenti di porcellana, abbeveratoi per uccellini o per grilli, amuleti per patologie psichiatriche di nomadi africani,
    frammenti di vetro trovati in barena e ricevuti in regalo dall’amico pasticciere.
    Oppure a far dialogare l’innocenza di un bambino e la passione di Tancredi con la magia diVenezia

    Tanto tempo, troppo tempo ?

    Mi confortano le parole di un grande, che parla di un altro grande e che leggo solo oggi.
    Il grande che scrive è Eugenio Riccòmini; il grande di cui parla è l’artista Wolfango;
    lo scritto presenta una mostra a Palazzo d’Accursio a Bologna che purtroppo non potrò vedere.
    Ma i giganteschi dipinti di Wolfango sono stato tra i primi a scoprirli tanti e tanti anni fa
    e non passo da Bologna senza salire nella Sala Stampa di Palazzo re Enzo per rivedere “Il cassetto”.

    Scrive Riccòmini :

    “ Ai pochissimi che ogni tanto me lo chiedono, rispondo che il tempo necessario per leggere un dipinto di qualità
    è lo stesso tempo che impiega il pittore a preparare, eseguire e compiere la sua opera. Esagero, certo…. esagero, ma non mento :
    perché leggere un dipinto complesso e difficile da eseguirsi è un esercizio che richiede attenzione estrema e tempo, senza distrazione.
    Si tratta cioè di un esercizio non tanto diverso da quello che si fa leggendo un grande romanzo o un poema
    o ascoltando una corposa sinfonia in musica; e rileggendo e riascoltando, assaporando ogni parola, ogni accordo.”

    Dedicare tempo all’arte è il migliore investimento che si possa fare del proprio tempo.
    Subito dopo al tempo dedicato all’amore.

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