Henry Moore : una carezza lunga un secolo.

Un giorno regalarono allo scultore inglese Henry Moore il teschio di un elefante.

skull

Affascinato, Moore studiò il suo scheletro di elefante per giorni e giorni.

Schermata 09-2456921 alle 15.49.42

Infine realizzò una serie di incisioni che intitolò “Elephant Skull”.

Moore cover catalogue best

Un giorno lessi i ricordi di infanzia di Henry Moore. “Ero figlio di un minatore dello Yorkshire,
il più piccolo di sette fratelli e mia madre non era più così giovane.
Mamma soffriva di dolorosi reumatismi alla schiena. D’inverno, quando io rientravo a casa da scuola, spesso mi diceva :
“Henry, piccolo mio, vieni qui e massaggiami la schiena”. Io allora le massaggiavo la schiena con un unguento”.

 

Un giorno di molti anni dopo Moore iniziò a modellare questa scultura che rappresenta una donna matura.

Moore Seated WomanScrive nei suoi ricordi : “Mi sono accorto che inconsciamente stavo dando alla sua schiena la forma da tanto tempo ormai dimenticata
della schiena che avevo così spesso massaggiato quando ero un bambino… Quella mia esperienza infantile mi ha aiutato a creare questa scultura”.

 

Un giorno vidi alla Galleria Transart di Milano una esposizione di opera grafiche di Moore.
Tra le altre opere anche le acquaforti che a Moore erano state ispirate dal teschio di elefante ricevuto in dono.

Quel giorno tra tutte ho scelto questa immagine :

plate XXIV big

 

proprio perché sono sicuro che Moore  - scoprendola nella gigantesca massa dell’osso dell’elefante
e poi incidendola tratto dopo tratto all’acquaforte e puntasecca -
si è ricordato di quando bambino massaggiava amorevolmente la schiena della madre.

Moore and the female back photo

Moore ha rivissuto quei momenti, quell’esperienza sia tattile che emotiva indimenticabile : un bimbo che con le sue mani
massaggia a lungo la schiena della mamma, le toglie carezza dopo carezza il dolore, la cura e la guarisce.

Ogni giorno rimpiango di non aver mai avuto tanta confidenza  tattile – toccarsi, accarezzarsi, abbracciarsi e baciarsi – con i miei genitori.

Allora non usava. Con mio padre ci si dava la mano. C’era una forma di pudore che ci impediva di toccarci
quanto sicuramente sia noi figli che loro genitori avremmo voluto.

Ogni giorno guardo a lungo questa opera grafica che Moore ha intitolato  “Immagine di un dorso femminile”.

plate XXIV big

Per me – e credo anche per lui – il vero titolo è : “Ricordo di quando da piccolo massaggiavo la schiena di mamma”.

6 Responses to “Henry Moore : una carezza lunga un secolo.”

  1. Bruna says:

    Vero. Bello. Grazie.

  2. federica says:

    Il confine tra intimità e pudore non è cosa facile da porre. Non credo ci sia una regola universale. Ogni contatto umano ci pone di fronte alla decisione del dove e come stabilire limiti e confini. Prendersi cura di una persona amata puo’essere fonte di odio o amore e superare la barriera dei ruoli nell’ambito famigliare è una impresa per pochi.

  3. Franco Bellino says:

    Grazie per le Sue intense parole, gentile Federica. Effettivamente la barriera dei ruoli in ambito familiare è problema concretissimo e sempre attuale.
    Come figlio, circa 70 anni fa, mi sono adattato ai rigidi vincoli dettati da un padre meridionale, che dava a sua madre e poi a noi figli la mano.
    Abbracci rarissimi e frettolosi. Baci mai. Eppure lui con sua moglie e mia madre è stato fino all’ultimo affettuosissimo.
    Come persona sono sempre stato forse fin troppo affettuoso e caloroso anche con estranei, tanto da meritarmi a Parigi l’appellativo di “touche-à-tout-chien”
    e, spesso ancora oggi, severe occhiate dalla donna che amo. Dove invece trovo splendida spontaneità è nei rapporti tra nonni e nipoti.
    Forse il motivo più serio che mi fa oggi rimpiangere di non aver avuto figli è proprio la mancanza di nipotini ☺

  4. Le sensazioni e le emozioni che mi procura ogni giorno il “Dorso femminile” di Henry Moore di cui scrivevo qui sopra,
    trovano oggi casualmente un’eco in un testo di Brian McAvera pubblicato anni fa :
    The Enigma of Henry Moore
    by Brian McAvera
    July/August 2001 – Vol. 20 No. 6

    ………………..

    Just as Shakespeare evolved what Peter Brook calls “density,” a narrative meaning overlaid with a huge range of associations, so too Henry Moore provides a basic meaning, but beneath it lies a dense web of imagistic resonances. Good theater shows the surface of life, but great theater shows what is hidden underneath, just as good sculpture provides us with surface interest, but great sculpture penetrates into and under life’s gleaming formalistic surfaces to explore the meaning of the activity we apprehend as “Life.”
    ………………………
    In addition, the reference to Hamlet, a man who had marked problems of an emotional and sexual nature with his mother, is possibly revealing in terms of Moore’s expression of his “contradictions” and “emotional wellsprings.” Moore himself, discussing tactile experience, noted that as a boy he massaged his mother’s back. He then suggested that while working on Seated Woman (1957) he found that he was “unconsciously giving to its back the long-forgotten shape of the one that I had so often rubbed as a boy.”6 The implication is that his “long-forgotten” experience in relation to a woman “no longer so very young” only re-emerged in 1957. This scarcely squares with the interview that Moore gave Herbert Read in 1977 in which we are told that this rite was performed two or three times a week for a period and that he never forgot the sensation of her flesh and bones, the flesh yielding, and the bones resistant beneath kneading fingers.7 Moore’s biographer Roger Berthould acknowledged the “Oedipal overtones” that “doubtless played no small role in shaping his preoccupation with the female figure as a theme.”8

    Moore’s mother, described by one of her grandchildren as “a very handsome woman…[who] had the kind of dignity that Henry’s figures have,” was for him “absolutely feminine, womanly, motherly…I suppose I’ve got a mother complex.”9 Six years later, after agreeing that the women in his sculptures “
    showed them to be in control,” Moore told John Heilpern that his mother was “absolute stability” for him, so much so that he would be “terrified she wouldn’t return. So it’s not surprising that the kind of women I’ve done in sculpture are mature women rather than young.”10

    In a letter to a friend in the ’20s, about a wealthy mutual acquaintance, Moore wrote that if he were in the latter’s position he would go to a country district
    and wait until he “found and wedded one of those richly formed, big-limbed, fresh-faced, full-blooded country wenches, built for breeding, honest,
    simple-minded, practical, common-sensed, healthily-sexed lasses that I’ve seen about here.”11 This description fits his mother, who produced eight children, remarkably well. If it doesn’t exactly fit his wife at the time of his marriage (a conscious attempt to break away from the template?), it does indicate that
    his preference for generously proportioned female bodies was more than just an interest in formal considerations.

    Notes
    ………………………………………………………………….
    6 Quoted in Henry Moore on Sculpture, edited by Philip James (London: MacDonald, 1966), p. 131.
    7 Quoted in Roger Berthould, The Life of Henry Moore (London: Faber & Faber, 1987), p. 26.
    8 Ibid., p. 26.
    9 Donald Hall, Henry Moore (New York: Gollancz, 1966), p. 30.
    10 Observer Magazine, April 30, 1972, pp. 28–37: 37.

  5. Franco says:

    Devo a Elena Pontiggia (“Martini, la vita in figure” 2017), a Sebastiano Grasso
    e al prezioso “Colloqui sulla scultura” di Arturo Martini a cura di Nico Stringa
    un tenero ricordo dell’infanzia di Arturo Martini.

    Arturo vive in una torre medievale a Treviso, in miseria e soffrendo i forti contrasti tra i genitori.
    La madre è costretta ad affittare una stanza ad una “mondana” che spesso, nelle ore libere, porta il bimbo in giro per la città.
    Un giorno in un sottoportico la donna è costretta ad accovacciarsi per fare la pipì.
    Una rivelazione per il piccolo Arturo :

    “Visione del grande deretano sui tronchi delle cosce, bianco, che esplode. Tempio. Estasi.
    A due anni ho avuto vent’anni. Ho capito la forma … Tutte le mie donne sono quella rivelazione.”

    In realtà ci sarebbe una diversa versione di quella ‘visione’ :
    qui Arturo ha soltanto 2 anni e la simpatica disinibita accompagnatrice si accovaccia
    non in un sottoportico, ma nell’acqua di un canale :

    A due anni, a casa mia, una stanza era stata affittata a una prostituta. Abitavamo dietro alle prigioni.
    La prostituta spesso m’accompagnava con sé.
    Una mattina, scesa sul canale, si alzò la sottana e si accucciò sull’acqua…
    Visione del grande deretano sui tronchi delle cosce, bianco, che esplode. Questo tempio. Estasi.
    A due anni ho avuto vent’anni. Ho capito la forma. La Saffo, la Pisana, tutte le mie donne sono quella rivelazione.

    Il bimbo Arturo Martini scopre il ’grande deretano’ della mondana …
    il piccolo Henry Moore accarezza la schiena della mamma :
    è bello accostare questi ricordi di infanzia di due dei più grandi scultori del secolo scorso.

    In tale eccelsa compagnia non stona un altro ricordo di infanzia di un altro grande scultore.
    Cito Mario De Micheli qui http://www.arteecarte.it/primo/articolo.php?nn=371
    E’ Luciano Minguzzi che scopre nel culo la bellezza della forma :

    ….. Chi non ricorda la rivelazione della forma che ebbe Martini in tenerissima età
    allorché vide la prostituta trevigiana che “una mattina, scesa suI canale, si alza la sottana e si accuccia sull’acqua”?

    Ecco: sembra che la stessa cosa sia accaduta al piccolo Luciano,
    allorchè spiava estatico le “formidabili chiappe bianche” della zia, che girava per casa in deshabille, tra stanza e cucina:
    “Accoccolato per terra tra i vasi”, racconta Minguzzi, “fingendo di giocare, mi centellinavo dal sotto in su,
    ogni mattina, gli svariatissimi passaggi di questo culo stupendo duro e lucido come una biglia”.

  6. Franco Bellino says:

    Dal 19 Maggio al 31 Ottobre 2021 nella casa di Henry Moore – Henry Moore Studios & Gardens, Perry Green, Hertfordshire –
    si apre una mostra che in altri tempi mi sarei fiondato a vedere : “The Living Hand”, la mano che vive.

    Edmund de Waal, artista e scrittore, che cura la mostra cita lo stesso passo di Moore di cui ho parlato qui sopra :
    Moore era solito massaggiare la schiena della mamma che soffriva di forti reumatismi ….
    Questa esperienza tattile di toccare con le mani i muscoli, le ossa e la pelle lo inizia al rapporto con la scultura ….
    Moore amava raccontare di quanto gli piacesse tenere una scultura nel palmo della mano …
    L’esperienza sensoriale del tatto era una parte fondamentale del suo processo creativo …
    Nel 1980, negli ultimi anni di vita, Henry Moore scrive nel suo diario :
    “Le mani possono trasmettere così tanto : mendicare o rifiutare, prendere o dare, essere aperte o chiuse,
    mostrare contentezza o ansia.”

    Le mani parlano.

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