Due cicale più che mai innamorate.

Scopro, per puro caso (grazie Giovanni !) una favola scritta nel secolo scorso e che ritorna oggi attualissima, vista l’imminente nostra partenza per un luogo di sogno :

Durante tutta l’estate, la formica laboriosa lavora, raccoglie briciole e semi e frutti, prepara conserve, si affatica infaticabile – mentre la cicala se ne sta beatamente sdraiata al sole (o all’ombra, come le pare), non fa nulla e canta spensieratamente da mattina a sera. E, se le va, anche di notte.

Insomma, la cicala si gode l’estate, si gode la vita e canta perché le va di cantare.

Finalmente (inevitabilmente ) arriva la stagione in cui l’operosa formica

si può godere il frutto delle sue fatiche.

Eccola nella sua casetta al caldo, davanti al caminetto acceso, mentre deliba le provviste

raccolte durante tutto l’anno e assaggia le preziose conserve laboriosamente preparate

nei giorni torridi dell’estate.

Fuori neve, gelo, tormenta.

Ed ecco, inevitabile, qualcuno bussa alla sua porta. Prima di ancora andare ad aprire,

la formica proletaria e laboriosa e risparmiosa sa già chi è.

E’ tutta l’estate, è tutto l’autunno che aspetta quel ‘toc ! toc !” alla sua porta.

E infatti è la cicala, nel gelo della tormenta di neve. La cicala serena, gioiosa, spensierata,

tutta avvolta in una stupenda stola di cincillà. Elegantissima.
Dice la cicala, flautata : “ Tesoro, sono venuta a salutarti. Parto.

Mi hanno fatto un favoloso contratto miliardario: canto all’Opera de Paris”.

La formichina laboriosa allora, con un impercettibile singhiozzo nella voce,

le chiede : “Mi faresti un favore ?”

“Ma certo, amore.” – cinguetta la cicala.

“Visto che vai a Parigi .. se incontri La Fontaine …” e qui la formica esita.

“Sììììì ?…” gorgheggia la cicala.

La formichina prende coraggio e conclude :

“Visto che vai a Parigi .. se incontri La Fontaine … mandalo, da parte mia, affanculo !!!”

Noi non andiamo a Parigi, ma in una torre del Mille nel cuore di Siena.
Perciò in ‘quel’ posto La Fontaine ce lo mandiamo anche noi.

 

 

 

 

 

Ciondolo / Peso per polvere d’oro (Goldweight)

Ashanti – Ghana

fusione in bronzo a cera persa, forse da natura

provenienza : collez. Mario Meneghini

classificaz. Menzel (per i pesi per l’oro) :

peso grammi 43,8

altezza : mm.29

coll’anello per appendere: mm.43

L : mm.39

M : bronzo – tracce di terra di fusione

WP : scultura modellata in un blocco di cera e fusione con cera a perdere

- tracce di usura (sfregamento?) su uno dei due lati

classificaz. Webster/Plass : AAGB

(dove ‘AAG’ stà per “insetti” ‘B’ sta per “locuste”)

foto a fronte di pag.13 n.166 :

“The locust pair is a particularly fine and rare weight”.

Quelle del British Museum sono però soltanto appaiate, le mie sono accoppiate :

quelle sono/stanno semplicemente vicine, le mie fanno l’amore !

Cicale innamorate

Viste dalla signora Carla della galleria Milano il 27 giugno -

subito prenotate – e poi acquistate con G. sabato 8.

E’ il pezzo che più di tutti mi colpisce tra quelli in mostra.
Ora è ben strano, se pensi che in mostra ci sono un centinaio di pezzi,

alcuni molto grandi e quasi tutti di molto maggior valore, sia artistico (“più belli”)

che etnografico (‘più interessanti).

Eppure più di tutto mi intriga proprio la mia scoperta : ho la sensazione di essere il primo visitatore della mostra, forse l’unico, ad essersi accorto di questi due minuscoli insetti che, furtivamente.. insomma, beh sì : stanno facendo l’amore.
Lo stanno facendo impudicamente lì sotto lo sguardo di tutti (tanto non c’è nessuno),

protetti solo da una trasparente lastra di cristallo.

Non decifro però subito la sculturina.
Da principio anzi mi sembra un bisonte. Forse no : due bisonti, uno sull’altro.
Carla propone invece : due falene.
Saranno anche soltanto due falene, ma sempre l’amore fanno.

Mi intriga l’idea erotica – e mi intriga anche il fatto che è praticamente l’unico pezzo,

tra tutti quelli in mostra, che esibisca così sfrontatamente un atto d’amore.
Si ci sono dei personaggi in metallo, tra loro incatenati, che presentano altre coppie, anche se – almeno apparentemente – un po’ ‘gay’ : tratti maschili lui, tratti maschili ‘lei’.

Questa invece è l’unica coppia di animali, ed è l’unica aperta e dichiarata espressione d’amore.

Poi, a casa, sul volume di Margaret Webster-Plass scoprirò anche al n°166

che la coppia di cavallette “è un peso particolarmente bello e raro”.
Certo, il mio non è un peso, forse nasce come ciondolo, forse l‘anello per la sospensione

è un’aggiunta ad una forma nata per un altro uso (a volte, leggerò poi, se un peso è troppo

lontano dalla misura standard per cui è stato progettato, o se ne limano parti o si aggiungono minuscoli frammenti per portarlo al peso richiesto, o anche – come potrebbe essere in questo

caso – lo si destina ad altri usi : in questo caso, visto che la fusione era venuta bene e

l’oggetto è esteticamente ‘gradevole’, si è forse pensato di farne un ciondolo, aggiungendo semplicemente un anello per poterlo appendere).
Comunque in nessuno dei libri sfogliati (tra casa e librerie varie) appare una coppia

di animali colti in atteggiamento così intimo e ‘affettuoso’.

”Affettuoso” in realtà è un eufemismo : questi due scopano appassionatamente, scopano

da settimane ormai e non accennano ad interrompersi nemmeno per un breve respiro.

Inevitabile (avevo scritto giorni fa, ma adesso dopo le ultime precisazioni sull’intensità e la durata dell’amplesso, le righe che seguono diventano semplicemente grottesche)….  inevitabile (scrivevo giorni fa) il riferimento a noi due – da sempre e consapevolmente (quindi con maggior merito/o/colpa delle vere cavallette, perché loro cavallette ci nascono, ma noi due ‘cavallette’ lo siamo ostinatamente e pervicacemente e contro ogni consiglio voluti diventare e, nonostante tutto e tutti, fino ad oggi restare !) cavallette fannullone e spendaccione, costantemente criticate da tutte le lavoratrici ed econome e attivissime e laboriosissime formichine – in attesa tutte le formichine, pie e pazienti  ed inesorabili nella loro sete di finale giustizia, in attesa da anni di vederci ridotti a mendicare, possibilmente proprio alla loro porta – a mendicare da loro che non hanno mai speso, mai goduto e mai vissuto, quel necessario per vivere che noi due abbiamo sempre allegramente e, diciamolo pure, vergognosamente – ma sediovuole anche, gioiosamente dilapidato.

Dal mitico Longanesi di”Vissero infelici perché costava meno”

al da molti sospirato moralistico contrappasso “Ora sono infelici perché hanno speso troppo”.

Ecco perché – immediatamente, anche se da principio, inconsciamente – questa sculturina di bronzo mi ha incantato ed affascinato. Diciamo che mi ha alla lettera conquistato. Ecco perché appena tornato a casa, ho telefonato alla Carla pregandola di riservarmela. Ecco perché ho deciso di averla, per poterla accarezzare e per trarne una volta di più – e persino ora che l’inverno

della vita è pericolosamente incombente -  conferma della giustezza della nostra scelta di vita.

Le ali, le elitre o come cavolo si chiamano mi evocano alcune soluzione plastiche

di uno scultore che amo : Lynn Chadwik.

Noto che la patina è più scura “teste-a-sinistra” – più chiara (più usurata, più sfregata,

forse rimasta più a lungo a contatto con la pelle di chi indossava il ciondolo) nella posizione

‘teste-a-destra’.

Dove la patina è più scura, il risultato estetico è più affascinante perché hanno più forza

gli sprazzi di luce ed i riflessi sulle parti dorate.

Locuste ? cavallette ? cicale ? falene ? grilli ?

(su un numero di ‘National Geographic’ – vol.166 n.5 del Nov.’84, in un articolo intitolato

‘Africa adorned’ – a pag. 616, foto in basso a destra, un braccialetto della popolazione

Kassena, presenta, secondo la didascalia : “un camaleonte ed un grillo”.

Il grillo è costruito in modo davvero molto simile alle nostre cicale. Non so se in Natura

grilli e cicale si assomiglino, ma di certo si assomigliano queste due sculturine.

Sculture che peraltro non sono in miniatura, ma nella misura esatta dell’insetto rappresentato.

E se anche le nostre cicale fossero invece dei grilli ?)

sui significati simbolici di cicala/cavalletta/falena/grillo

cfr.

il volume e gli appunti da “Dizionario dei Simboli”

so benissimo che la traduzione di “locust” è “cavalletta” e che la “cavalletta”

è animale ben diverso, profondamente diverso per la sua incidenza nella vita e

nei miti dell’uomo, a qualsiasi latitudine, dalla “cicala” !

Lo so. Ma mi piace giocare sull’equivoco e pensare che quelle della nostra piccola

scultura esotica/erotica siano ”cicale” e non “cavallette”.

E non mi interessa  nemmeno verificare se nel Ghana ci sono le cicale. O chiederlo a Meneghini.

Saputo della personalissima interpretazione delle cicale autoriferite,

la signora Carla ci racconta la ‘vecchia’ storia della cicala e della formica.

 

*****
Leggo che in alcuni casi l’artigiano – anziché modellare in cera l’oggetto che vuole riprodurre -

usa l’oggetto stesso (conchiglia-pietra-insetto) e su di esso, tutto circondato dal materiale refrattario, cola il metallo incandescente.
La colata, distruggendo l’oggetto, ne assume perfettamente la forma.

Cfr. per es. Phillips  Tom “Africa.The Art of a Continent” London- Royal Academy of Arts-1996

alla pagina 446 c’è una sauriente descrizione della tecnica nota in occidente (Padova) e in Africa

e tra gli esempi c’è proprio un”grasshopper”=cavalletta – molto simile alle mie.

Cfr. per esempio in Webster-Plass – alle tavole 157 e 166, scarafaggi, coleotteri,

chele di granchio, zampe di uccello, arachidi e piccoli bacelli.

Sono tutti ‘cast directly from nature’ (fusi direttamente dalla natura).

Tra questi c’è anche una ‘cicala/cavalletta/falena’ : è il n. 164

Però, al numero 166, la coppia non mi sembra “fusa direttamente senza modelletto in cera”.
E così non mi sembrano affatto fuse direttamente dalla natura le mie “cicale innamorate” :

mi sembra più probabile che all’origine ci sia un modelletto in cera, che è poi è andato

perso al momento della fusione.

Ma penso anche se fosse vero il contrario : se davvero, l’artista/artigiano

avesse preso i due insetti …. è insieme orripilante ed affascinante

anche solo il pensiero che i due insetti siano stati colti proprio nell’attimo

di più incandescente passione e in quell’attimo supremo (viva D’Annunzio !)

per sempre resi eterni proprio mentre contemporaneamente amavano e morivano.
Non ho adesso le parole per meglio esprimere questa intuizione, anche solo in forma di ipotesi.
Certo mi ricorda l’haiku di Basho (1644-1694) :

Come la piovra messa in pentola

Noi facciamo un sogno breve

Ammirando la luna d’estate.

Il sogno della piovra – messa in pentola a bollire viva – gli attimi che precedono una morte mostruosa e che sono invece per lei l’illusione di un bellissimo sogno – tutto questo (a meno di un’errata traduzione, o di un mio fraintendimento) mi sembra una immagine di tale disperata tragicità da avvicinarsi e persino oltrepassare Qohelet.. Sofocle.. Shakespeare.. Caravaggio, i vertici più alti che mai l’umanità abbia raggiunto nell’espressione del suo tragico destino.

Nell’istante in cui muori di una morte atrocissima credi di sognare un sogno bellissimo !
Tragedia e, in più, ironia

in questa “ammirazione della luna d’estate”.

(cerco nel volume “Basho” e trovo soltanto a pag.30 una traduzione profondamente diversa

e soprattutto la totale assenza di questa profondità di pensiero. Allora è forse solo una invenzione del traduttore ? Mi piacerebbe verificare il testo giapponese originario, anche

se queste parole – chiunque le abbia scritte – qualcuno le ha pur scritte.

E quindi – chiunque esso sia -  qualcuno ha pensato questo straordinario pensiero, qualcuno

ha pure, per un brevissimo indimenticabile istante, visto questa indicibile immagine.

Il testo italiano

Come la piovra messa in pentola

Noi facciamo un sogno breve

Ammirando la luna d’estate.

è la traduzione letterale del testo francese preparato da Nelly Delay, che dice :

 

Comme la pieuvre mise au pot

Nous faisons un court rêve

En régardant la lune d’été.

nel volume “Haiku” di Meunier-Bonnefoi

questo testo non c’è.

nel volume “La literature japonaise” nemmeno.

Trovi il testo giapponese ed una traduzione inglese nel volume “An introduction to Haiku” a pag.22 – con una analisi del testo.

Nelly aggiunge che il “pot” non è, come pensavo io, una pentola sul fuoco (era orridamente splendido il fulmineo sogno nell’attimo del tragico brutale contatto con l’acqua bollente).

Dice Nelly che questo “pot” è invece una trappola, una nassa, che imprigiona l’animale

nell’acqua. Ma allora il sogno non è più fulmineo, l’immagine perde la sua brutale potenza,

anche se diventa peraltro molto più pensabile.
A me invece affascina l’esplosione/implosione, sia temporale che esistenziale,

per cui i decimi di secondo che può durare il sogno dell’animale immerso improvvisamente nell’acqua bollente sono – ironia ? poesia ? tragedia ? – equiparati ai minuti (le ore) che noi passiamo ad ammirare la luna in una notte estiva. L’incontro/scontro tra ‘vita’ e ‘morte’ e tra ‘sogno’ e ‘realtà’ – e noi ci beiamo della nostra beatitudine, ammirando la luna in una notte

d’estate e non ci accorgiamo che quei minuti (quelle ore) sono in realtà decimi di secondo

subito cancellati dalla più atroce realtà — e noi, come la piovra gettata nell’acqua bollente, beatamente sogniamo, ed immediatamente il sogno più idillico si rivela per quello che è  :

un’atroce tragica realtà.

Beh, tutte queste riflessioni di tanti anni fa, si incarnano ora per me in questo oggettino

che – con un indicibile processo di implosione – racchiude in sè un’intera esperienza di vita, un’intera tragica (=realistica) visione della vita.

Anche solo l’ipotesi – remotissima, insostenibile, quello che vuoi – che questa sculturina

sia quello che sopra dicevo, la rende per me preziosissima e mi arricchisce umanamente

ogni volta che la guardo, che la accarezzo, che anche soltanto la penso.

Brigitte Menzel

Golgewicht aus Ghana

1968

…inquietante notizia a pagina 7 : il particolare valore della collezione

del ‘Museum fur Volkerkude’ di Berlino consiste “nel fatto che era già in possesso del Museo, prima che iniziasse la creazione di finti pesi per l’oro destinati al mercato dei collezionisti.”

Non a caso la scheda di Carla non si avventura in ipotesi di datazione.
Ma non mi interessa. I motivi per cui ho scelto “le cicale innamorate”, i motivi

per cui ne sono sempre più io stesso innamorato, non sono nè di natura esclusivamente

estetica nè collezionistica : non ho mai pensato ad un investimento.

Semmai sono io che sono stato “investito” dal flusso di pensieri ed emozioni

che loro hanno generato, proprio quelli che qui cerco di trascrivere.

Fossero anche state create ieri, e anche in via Turati, sempre e con la stessa gioia

avrei acquistato e ora coccolato le mie “cicale innamorate”.

cfr. anche T.F. Garrard 1980 “Akan Weights and the Gold Trade” London

e sempre di            “               “African Arts” 15 (2) 1982 pagg. 60-62 e 88

4 Responses to “Due cicale più che mai innamorate.”

  1. Giovanni says:

    Caro Franco,
    ti ringrazio per il ringraziamento ricevuto!! Aggiungo però al tuo racconto una news: sembra che la cicala faccia produca quel suono nel tentativo di fare un po di fresco per se stessa, quindi paradossalmente si fa il c..o più della formica!!!!
    Spesso invece quando mi incanto a vedere un formicaio trovo spesso formiche che invece di lavorare girano senza senso per molti minuti!!!
    Invece nella mia personale filosofia di vita solo chi insegue un sogno può alla fine vivere da formica cantando come una cicala: un po incasinato ma vero.

    abbracci

  2. Giovanni precisa :
    Ho riletto quello che ho scritto ieri : era pieno di errori… maledetta fretta.
    Il concetto rimane lo stesso: mi piacerebbe, sognando, lavorare come una formica con la felicità di una cicala.
    Per un periodo ci sono riuscito, ora un po meno.
    Abbracci

  3. Mario Ghisalberti says:

    Solo la seconda riguarda la Formica e la Cicala.
    Ma tutte e due sono così belle e soprattutto così attuali :

    Questo scriveva G.G.Belli (1791-1863 ) all’inizio del secolo scorso……….
    ….incredibile il nostro paese non cambierà mai……..

    Mentre ch’er ber paese se sprofonna
    tra frane, teremoti, innondazzioni
    mentre che so’ finiti li mijioni
    pe turà un deficì de la Madonna
    Mentre scole e musei cadeno a pezzi
    e l’atenei nun c’hanno più quadrini
    pe’ la ricerca, e i cervelli ppiù fini
    vanno in artre nazzioni a cercà i mezzi
    Mentre li fessi pagheno le tasse
    e se rubba e se imbrojia a tutto spiano
    e le pensioni so’ sempre ppiù basse
    Una luce s’è accesa nella notte.
    Dormi tranquillo popolo itajiano
    A noi ce sarveranno le mignotte
    Gioacchino Belli

    Questa invece è di Trilussa, sempre a proposito dell’antico mestiere:
    LA CECALA D’OGGI ( 1922 )

    Una Cecala,che pijava er fresco
    all’ombra der grispigno e de l’ortica,
    pe’ da’la cojonella a ‘na Formica
    cantò ‘sto ritornello romanesco:
    - Fiore de pane,
    io me la godo, canto e sto benone,
    e invece tu fatichi come un cane.
    - Eh!da qui ar bel vedé ce corre poco:
    - Rispose la Formica –
    nun t’hai da crede mica
    ch’er sole scotti sempre come er foco!
    Amomenti verrà la tramontana:
    commare,stacce attenta…-
    Quanno venne l’inverno
    la Formica se chiuse ne la tana;
    ma ner sentì che la Cecala amica
    seguitava a cantà tutta contenta,
    uscì fòra e je disse: – Ancora canti?
    ancora nu’la pianti?
    - Io? – fece la Cecala – manco a dillo:
    quer che facevo prima faccio adesso;
    mo’ciò l’amante:me mantiè quer Grillo
    che ‘sto giugno me stava sempre appresso.
    Che dichi?l’onestà?Quanto sei cicia!
    M’aricordo mi’nonna che diceva:
    Chi lavora cià appena una camicia,
    e sai chi ce n’ha due? Chi se la leva.

  4. Squallidi aggiornamenti sul tema della cicala
    (tema che, chissà perché mi è così congeniale).

    Scrive Aldo Nove su “SETTE” del 14 Novembre 2014 :
    “Ero a Milano, nei paraggi delle viscere del Duomo, quando su un vagone della linea Rossa ho notato,
    tra pubblicità di compratori di ori e di dentisti a prezzi stracciati,
    uno strano cartello, con raffigurata una cicala che dormiva (più che dormire, pareva ‘fulminata’)
    su un comodo essenziale altare al tramonto.
    La scritta che accompagnava la buffa immagine diceva :

    Hai fatto una vita da cicala ?
    Non ti preoccupare !
    Oggi c’è l’outlet del funerale.
    Funerali completi, compresi di fiori, a soli ecc.

    La cifra era rassicurante e il messaggio, furbissimo e un po’ tetro, diceva che
    sì, c’è la crisi, ma almeno morire è davvero cosa per tutti….
    Da allora, passeggiando per le città d’Italia, noto sempre di più negozi di pompe funebri
    che fanno a gara nell’essere uno più conveniente dell’altro,
    con vetrine allettanti come quelle dei sempre più diffusi negozi di merceria cinese in cui i prodotti ti si offrono a prezzi improbabili.
    Certo non siamo ancora al tre-per-due ….”.

    Caro Mario : quanto ci mancano un Belli o un Porta !

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>